Bosco

Lo sguardo, alto,

si ferma interrotto

da un mare di foglie

che, tremolante,

filtra la luce che vuole.

Faggi svettanti

puntano al cielo

cime congiunte,

come mani da secoli protese

alla ricerca del sole.

E nella cupa penombra,

un freddo ruscello

scorre testardo,

mentre il silenzio del bosco

sussurra,

ripetendo la mia piccolezza.

Francesco Grano

(1981)

Angolo della poesia

Da questo mese sarà qui pubblicato un componimento poetico di autore famoso o emergente.

Comincio con la poesia “Meriggiare pallido e assorto” di Eugenio Montale. Aspetto suggerimenti per i prossimi mesi.

cancellata foto propria

MERIGGIARE PALLIDO E ASSORTO

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Eugenio Montale

L’amore è dolore, chi ama soffre.

cascinetta – foto propria

Questo racconto narra la leggenda di due nobili amanti, Maria Berengaria Helena di Cavagliano ed il cugino Goffredo, vissuti nel tardo medioevo alla periferia di Novara, che rimasero vittima della loro ardente passione extraconiugale. Dalla vetta di un’antica torre risuonano ancora oggi, in determinati periodi della primavera, le note della sinfonia n. 7 di Beethoven provenienti da un violino adoperato magistralmente da un musicista che nessuno ha mai visto. La musica ricorda l’amore spezzato ma non distrutto dei due giovani a dimostrazione che lo spirito immortale supera la caducità del corpo e resta perenne.

Fra non molto vi sottoporrò il testo completo della storia. Per ora trascrivo l’incipit:

“L’amore è dolore, chi ama soffre.

Nella tarda mattinata di una domenica di aprile nella campagna a nord di Novara un cuculo, dalla sommità di una quercia, ripeteva, monotono, il suo verso. All’inizio era piacevole sentire quel canto, ma dopo ore e ore di gorgheggio continuo e monocorde la stanchezza prendeva il sopravvento e si rafforzava sempre più il desiderio che quel grazioso e solingo pennuto smettesse di esprimere il suo lamento.

Il cuculo di consuetudine arriva puntuale a primavera, staziona qualche giorno nello stesso posto, poi va a nidificare nei nidi altrui. Anche quest’anno il suo arrivo era stato interpretato con favore, ma nello stesso tempo era sembrato che il canto, questa volta, non fosse lo stesso degli altri anni. Era parso che esprimesse un lamento più accentuato del solito.

All’imbrunire di quel giorno nell’aria si dipanavano le note di un violino lontano. Da parecchio tempo non si sentiva. Qualcuno, in un’atmosfera esoterica e misteriosa, suonava la sinfonia n. 7 di Beethoven, malinconica e struggente, quasi arrabbiata, un grido di dolore per una missione incompiuta, delle vite spezzate, un amore ferito.

Una leggenda del luogo narra che quella musica, bella e coinvolgente, provenga da una delle torri del paese, suonata da un musicista molto bravo ma che nessuno ha mai visto, il quale vuole ricordare una tragica storia ricca di sentimento, vissuta alcuni secoli prima in questi stessi posti, e che ora voglio qui raccontare.

La storia

Nel tardo medioevo viveva in un castello alla periferia di Novara, una giovane e bella nobildonna, Maria Berengaria Helena di Cavagliano, discendente di una nobile famiglia svizzera, sposa di Carlo Ferdinando, un feudatario locale parecchio più anziano di lei. Il marito aveva ottenuto il feudo dai Signori di Milano, suoi parenti, per essersi adoperato con successo al loro fianco durante le battaglie contro i nobili del Monferrato, che aspiravano ad impossessarsi delle terre novaresi per raggiungere poi più facilmente i territori lombardi.  Una volta respinti i nemici, Carlo Ferdinando aveva ricevuto per riconoscenza un castello fortificato con tanto di corte, compreso un vecchio caseificio, dove si produceva dell’ottimo formaggio erborinato, vanto della popolazione locale, nonché stalle, depositi, abitazioni basse per i contadini e i lavoranti, ed inoltre terreni circostanti estesi migliaia di pertiche.  Il complesso immobiliare era stato espropriato ad un’altra famiglia del basso Piemonte rimasta soccombente in una delle tante battaglie.

Questa era la versione ufficiale, ma alcune persone, tra la gente del popolo, più concrete, dicevano che il regalo era frutto delle simpatie particolari che uno dei rampolli lombardi, tale Goffredo, cugino di Carlo Ferdinando, nutriva verso la bella Helena. Egli aveva tanto caldeggiato il dono presso suo padre, che costui aveva accettato di accontentare il figlio.”

Ciliegio in fiore

Ciliegio a primavera (foto fgrano)

Guardiamo avanti, nonostante tutto!

In questo periodo, all’inizio della primavera, i giapponesi si riversano nei parchi per ammirare estensioni interminabili di ciliegi fioriti. I fiori, bianchi o rosati, vengono chiamati “sakura”. Il loro significato è la “fragilità”, la delicatezza, ma anche la bellezza dell’esistenza. E come non essere d’accordo con queste parole quando ci si trova, all’improvviso, dinanzi ad una esplosione fiorita di questo genere?

Sono fiori leggerissimi che durano pochi giorni. Poi il 24 giugno, giorno di San Giovanni, si gustano i frutti, le romantiche ciliegie. Gli eventuali bachi che si trovano all’interno si chiamano infatti “giovannini”.

Ma tornando all’aspetto romantico del ciliegio, mi tornano in mente le poesie di Pablo Neruda ed in particolare la poesia “Il bacio” che si conclude con i versi: “…Vorrei fare con te ciò che la primavera fa con i ciliegi”, magnifica dichiarazione d’amore verso la persona con cui si desidera fiorire insieme come in primavera.

Zucchero amaro!

Zucchero – foto propria (fgrano)

Giorni fa, una conoscente di facebook mi ha fatto presente, con toni garbati, l’anomalia di questa Pasqua. “Macchè Pasqua” mi ha scritto, per farmi presente la notevole differenza con la festa che tutti ci aspettavamo, con la speranza che avevamo coltivato di una ricorrenza “normale” e che invece anche quest’anno si discosta ancora tanto da quello che tutti avremmo voluto festeggiare, con lo schema di festa che risiede sempre in noi, nella memoria e nel cuore. La Pasqua del 2021, diversa da quella già tragica del 2020, stride con l’atmosfera forzatamente rosea e consumistica che pervade i centri commerciali, le strade, i mezzi di comunicazione. Chissà quanto cioccolato è stato messo in vendita, così come quante colombe e simili! Ma quest’anno i dolci sono diversi: manca un ingrediente fondamentale, manca lo zucchero. Sono dolci amari! Questa festa che ricorda la passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo, avvenimento cardine su cui si basa il cristianesimo, anche quest’anno è velata da una profonda tristezza per la notevole sberla che l’intera umanità sta subendo da oltre un anno e per le conseguenze negative, ancora non inquadrabili nei dettagli, per i lutti e le gravi ripercussioni economiche nefaste che si stanno abbattendo sull’intera società.

Ci esortano ad essere resilienti! In linea di principio si può essere d’accordo, ma in pratica, andate a parlare di resilienza a chi ha perso il lavoro, ha dovuto chiudere l’azienda, ha subito la malattia vedendo la morte con gli occhi, ha dovuto subire l’isolamento come un appestato salutando i familiari solo dietro i vetri o addirittura ha visto morire i propri cari senza poterli assistere nel momento del trapasso.

Quest’anno a casa mia non sono stati confezionati dolci pasquali: lo stato d’animo non è stato favorevole, la paura e l’angoscia l’hanno fatta da padroni, è mancata la serenità, lo zucchero della vita! E così penso che sia accaduto in una gran parte delle famiglie.

Comunque, questo non mi impedisce di formulare gli Auguri di Buona Pasqua, perché la speranza deve andare oltre le difficoltà. Penso che a denti stretti ce la faremo, nonostante tutto!

La mela d’oro

la mela d'oro - foto propria
la mela d’oro – foto propria

Secondo la mitologia greca classica, è la famosa mela d’oro (golden) che Paride, all’epoca l’uomo più bello del mondo, su richiesta di Giove, dovette dedicare alla dea più bella. La dea prescelta fu Venere, la quale in cambio della preferenza su Giunone e Minerva, aiutò il giovane troiano a rapire e conquistare l’affascinante Elena, moglie del re Menelao.

Ne scaturì la famosa guerra di Troia, durata dieci anni, dalle conseguenze disastrose, cantata da Omero nell’Iliade.

Tutto questo per un regalo “avvelenato” (la mela offerta da Eri, dea della discordia, durante un banchetto di nozze in Olimpo ), un concorso di bellezza tra tre dee, una più vanitosa dell’altra, il rapimento di una donna sposata, probabilmente consenziente e ammaliata dalla personalità di Paride.

Ma oggi accadono ancora queste storie? Probabilmente si, e per motivi ancora più futili, legati ad interessi economici più che a storie d’amore.

Suggerisco di rileggere i classici: hanno sempre tanto da insegnare, anche se i tempi sono cambiati.

Ciao inverno !

inverno che va
primavera che viene

Ciao inverno, il tuo tempo è finito! Ora lascia spazio alla nuova stagione. Ho voglia di nuovo! Di colori brillanti, di luce vivida ed abbagliante. I fiori appassiti, testimoni di storie passate, ora giacciono esanimi e stinti, hanno vissuto momenti di gloria, ma tutto passa, tutto è mutevole! Bastano umili fiori di campo in tenero sboccio a risvegliare pulsioni dormienti. Con trepido incedere la mano sfiora corolle novelle multicolore, lievi, impalpabili, dal tenue profumo, mentre api esperte adocchiano boccioli succosi e con preciso movimento vanno a bersaglio per gustare freschi nettari vergini. Come immersi nella fiumara, che scende impetuosa dai monti, anche i nostri pensieri vengono trascinati verso la valle col desiderio di congiungersi ad altri pensieri in discesa libera e dare vita a nuove espressioni vitali, a scoppi di energia, a progetti di felicità. Benvenuta primavera: non deluderci!

news su Fiabelle

attestato di premio

In attesa di sfogliare le copie cartacee del nuovo libro di fiabe, in arrivo tra pochi giorni, è arrivata la notizia del conseguimento del terzo posto nel concorso letterario nazionale “La botteguccia delle favole” organizzato a Lucca da CPF, per la fiaba “L’anatroccolo biondo” contenuta nel mio nuovo libro.

Il racconto è stato inserito in una bella antologia per i tipi di GD Edizioni – Sarzana (SP).

Intanto sto raccogliendo le prenotazioni per il volume “Fiabelle” al mio indirizzo email: novara15@gmail.com. Il prezzo di copertina è stato fissato in € 21,50, senza spese postali per acquisti entro il 31 marzo 2021.