Contro la violenza sulle donne

In occasione della giornata contro la violenza sulle donne pubblico uno stralcio dal capitolo 15 del mio romanzo “GIUDITTA – consulente immobiliare”, (episodio dello stupro):

“”Ma prima di tutto questo devo raccontare l’episodio, triste, bruttissimo, che mi fece cambiare atteggiamento in modo definitivo verso il lavoro in hotel.

Mi sembrava di vivere in una nuvola dorata, animata da bella gente, elegante, distinta, seria, ma non avevo ancora incontrato la parte peggiore di quella società, che purtroppo esiste, come in tutti gli ambienti umani.

Era fine ottobre. Si avvicinava un weekend lungo a partire dalla festa di Halloween. Una sera ricevetti a sorpresa la telefonata di Riccardo, benché sapesse quali erano le mie intenzioni. In hotel era stato organizzato il congresso di un movimento politico nato da poco. Sarebbero giunti personaggi da varie parti d’Italia, giornalisti, osservatori, TV nazionali, insomma ci sarebbe stata una buona visibilità per l’albergo. Io, in via eccezionale, fui invitata ad accompagnare un giovane dirigente del movimento, un emergente, che aveva bisogno di farsi notare. Come al solito si trattava di un impegno di due giorni, venerdì sera e sabato sino a pranzo. Sicura di poter essere all’altezza della situazione, attratta dall’esperienza nuova, dalle luci dei riflettori, dalle riprese televisive, non ci pensai due volte, cedetti all’idea affascinante della passerella televisiva, diedi subito il mio assenso per l’incontro previsto per il weekend successivo, sicura di convincere Angelo. Difatti, con la complicità di mia madre, riuscii ad avere l’approvazione del mio fidanzato, sebbene a denti stretti e a condizioni stringenti sugli orari. Lui intanto sarebbe stato assente da Novara in quei giorni in quanto, approfittando della vacanza più lunga, si sarebbe recato in Veneto per far visita ai suoi familiari.

Era un bel fine mese, eccezionalmente ancora tiepido. Il giorno fissato scelsi un abbigliamento comodo e fresco. Un bel tailleur celeste con una minigonna attillata e non molto mini.

Feci il solito percorso, incontrai Riccardo al quale spiegai le difficoltà che avevo incontrato in famiglia e che non mi avrebbero permesso di proseguire con quel tipo di attività. Mi venne presentato il giovane uomo politico che dovevo assistere. Lo chiamerò Mister X. Era un tipo attraente, disinvolto, molto attivo, impegnato continuamente al cellulare. Operatori tv e giornalisti lo circondavano assiduamente e da quel momento anch’io entrai nelle riprese dei media, spintonata, costretta a fatica a stare appiccicata al mio uomo.

Decisamente era per me un’esperienza del tutto nuova. Mi piaceva mettermi in posa, offrire il lato migliore per le riprese, fingere una competenza politica che non avevo, attenta a parlare il meno possibile. Sorridevo tanto. Mi sentivo importante. Era la mia grande occasione di farmi notare!

Alla fine della giornata ero sfinita. Mister X mi chiese di cenare con lui in hotel, poi saremmo usciti a vivere da giovani, in un ambiente più vivace per festeggiare Halloween. Trascinata dall’entusiasmo acconsentii e verso le 22, con le rispettive auto, accompagnati da altri suoi amici, ci recammo in una nota discoteca della zona.

La grande moltitudine di macchine e moto parcheggiate nell’ampio piazzale antistante il locale dava già l’idea della quantità di gente già presente all’interno. Zucche e lumini dappertutto assieme a manichini di vecchie streghe, scheletri penzolanti e diavoli dagli occhi rossi decoravano l’esterno. Un forte profumo di incenso aleggiava tutto intorno, dando anche fastidio per l’intensità. Entrammo in gruppo nel locale assieme a tante altre persone. Fu come entrare per magia in una grande bolgia infernale. Musica assordante, un presentatore urlava nel microfono frasi incomprensibili tra un brano e l’altro di un rapper scalmanato che si agitava sul palco saltellando avanti e indietro, a braccia penzoloni come un gorilla.

Mister X dopo pochi minuti di quel frastuono mi prese per un braccio e mi accompagnò a sedere su uno dei tanti divanetti. Fece cenno a uno dei suoi amici di portarci qualcosa da bere. Arrivò poco dopo con due bicchieri. Avevo tanta sete. Era vino bianco freschissimo. Lo bevvi prima a piccoli sorsi, poi con avidità. Dopodiché ci trasferimmo in una saletta accanto e poi… il buio completo.

Da quel momento trascorsero almeno sei ore durante le quali io fui completamente assente. Non ricordo nulla, neanche uno sprazzo di memoria, un odore, un’immagine, nulla.

Era mattino presto, ancora buio, quando sentii le gambe rigide e infreddolite; feci per alzarmi senza riuscirci. Mi trovai distesa su una panchina di legno, vicino alla discoteca, nel parcheggio esterno, ora tutto vuoto. Non c’era nessuno oltre a due donne avvolte in una felpa con cappuccio scuro che strusciavano delle scope di saggina sull’asfalto per raccogliere montagne di rifiuti. Pensavo a un brutto sogno, ma non era così. Sentivo il traffico lento e lontano di auto. Avevo tanto freddo. Mi massaggiai i polpacci e scoprii di non avere più i collant. Esplorai più su sotto la gonna e purtroppo scoprii di non avere addosso neanche gli slip. Cosa era successo? La testa mi faceva molto male, non sopportavo il dolore diffuso su tutto il capo. Cercai di fare mente locale ma i pensieri andavano ognuno per i fatti propri, non riuscivo a legarli. Cosa ci facevo lì? E ora cosa dovevo fare? Sotto la schiena ritrovai per fortuna la borsetta. Il cellulare registrava parecchie chiamate perse di Angelo e di mia madre. Chissà cosa avevano pensato. L’unica cosa che ricordavo era la bolgia infernale della discoteca, il forte profumo di incenso, l’arsura nella gola. Ero arrivata lì assieme ad altre persone. Mister X, dov’era finito? Perché mi aveva abbandonato sulla panchina? A poco a poco la verità si fece strada nei vicoli tortuosi e pieni di nebbia dei miei pensieri. Sentivo sulla pelle cattivi odori. Avvertivo su tutto il corpo una brutta sensazione di sporco. Capii con rabbia quello che era successo. L’ultima cosa che ricordavo era quel drink che avevo bevuto, così fresco e dissetante, ma sicuramente anche inquinato da stupefacenti. Non c’era altra spiegazione. E poi? Cosa era accaduto? Qualcuno aveva abusato del mio corpo contro la mia volontà. La collera cresceva dentro di me mentre la nebbia si diradava nella mia testa e mi faceva chiaramente capire che ero stata usata e buttata via, come una bambola di pezza. Avevo tanta voglia di piangere ma dagli occhi non usciva una lacrima. Riuscii a stento a drizzarmi in piedi e a raggiungere la macchina rimasta da sola parcheggiata nel piazzale. Mi chiusi dentro, accesi il motore e il climatizzatore per scaldarmi. E finalmente piansi.

Ero pervasa da un senso di impotenza. Avrei voluto tanto tornare indietro nel tempo e cancellare quella bruttissima esperienza, ma era inutile. Ero stata vittima di uno stupro, avrei voluto reagire chiedendo giustizia, invocando una severa punizione per il o i colpevoli, ma era un percorso estremamente difficile. Ci avrei ripensato. Adesso avevo solo bisogno di tornare a casa, infilarmi sotto la doccia e lavarmi a lungo, abbondantemente, per levare ogni residuo della sporcizia che mi avevano lasciato addosso. E così feci. Più tardi avrei dovuto ritornare in hotel per la seconda giornata di lavoro, ma non vi tornai sia per stanchezza e sia per timore di essere umiliata e derisa ancora di più. Dopo la brutta notte trascorsa non mi sentivo in grado di reggere un altro incontro con persone verso le quali nutrivo disgusto. Non conoscevo i colpevoli di quel pessimo atto di violenza, ma certamente essi sarebbero stati tra coloro che quella mattina avrei dovuto frequentare. E la mia rabbia sarebbe aumentata. Non mi sarebbero sfuggiti i loro sorrisetti ironici ed ammiccamenti di complicità.

Il tempo passava veloce. Guardandomi allo specchio vedevo un’immagine disfatta. Decisi subito di starmene a casa e di scrivere un sms a Mister X per motivare la mia assenza. Gli scrissi manifestando disprezzo e risentimento per il comportamento criminale tenuto dai suoi collaboratori la notte scorsa. Dopo un bel po’ Mister X mi rispose con un lapidario “Mi dispiace, parliamone”, al quale a stento mi trattenni dal rispondere con i toni che avrebbe meritato.

Qualche ora più tardi una lunga citofonata avvisò dell’arrivo di un fattorino con un grande mazzo di fiori assortiti, molto belli, accompagnato da un bigliettino su cui era scritto: “Con sincera amicizia, Mister X”. Affidai il bouquet a mia madre per farne l’uso che preferiva. E tutto finì lì.”

© Francesco Grano 2020 – Riproduzione vietata

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