Un giovane occitano – parte seconda

Stele omaggio agli Alpini Bellinzago Novarese

Seguito del racconto iniziato con la pubblicazione del 7 agosto

Cap. 2 – Rosario

L’unità d’Italia nel 1861 aveva di fatto suscitato nuovi entusiasmi tra la gente di ogni regione, che ora considerava più vicini coloro che risiedevano in località lontane, in altri staterelli, prima della costituzione del nuovo Regno d’Italia, con tutte le difficoltà di collegamento viario che esistevano in quell’epoca. Per essa sarebbe stato più facile incontrarsi, scambiarsi opinioni, gioire assieme per gli stessi successi nazionali, in una nazione appena ricostituita, discutere di filosofia, scienze e letteratura. Era un sogno che aveva però ancora tanti ostacoli di natura geografica. I ragazzi, che venivano dal sud diretti verso le estreme regioni del nord per effettuare il lungo servizio militare, soffrivano tanto per la lontananza prolungata dalle famiglie, ma in cambio avevano l’opportunità di stringere amicizia con coetanei delle regioni del nord, con cui potevano scambiare esperienze, dialetti, storie.

Uno di questi ragazzi, Rosario, originario di Guardia Piemontese, bel paese sulla costa tirrenica calabrese della provincia di Cosenza, un bel giorno del 1913 ricevette dal distretto militare la cartolina precetto con cui gli veniva intimato di presentarsi entro trenta giorni in una caserma militare di Cuneo. Non c’era tempo da perdere! Voleva dire partire subito, visto che gli toccava percorrere più di 1200 km in parte in carrozza sino a Paola, poi con una barca sino a Napoli, quindi con il piroscafo sino a Genova e poi in treno a vapore sino a Cuneo. Un viaggio lunghissimo.

Rosario apparteneva alla minoranza etnica di lingua occitana, gente umile, semplice, buona, che nei secoli precedenti, nel 1500 ai tempi della controriforma, aveva subito feroci repressioni ad opera dei cattolici a causa della loro religione valdese. Solo una piccola parte di essa si era salvata fingendo la conversione al cattolicesimo e quella popolazione viveva in perfetta armonia con tutti gli altri. Erano trascorsi sette secoli, dal 1200, dall’emigrazione in Calabria degli antenati, provenienti dalle regioni occitane del nord Italia, perseguitati sempre per motivi religiosi, per cui i discendenti, pur avendo mantenuto la lingua e le tradizioni originarie, avevano avuto la capacità di integrarsi in modo efficace nell’ambiente calabrese, senza creare problemi a nessuno.

Il giovane, alto, snello, biondo e dagli occhi cerulei, bravo studente di lettere e filosofia, appassionato della storia della sua gente, pensò bene di sfruttare l’occasione del servizio militare che gli si presentava per effettuare ricerche storiche e trovare notizie in Piemonte riguardanti i suoi antenati.

Rosario fu ben felice di essere assegnato ad un battaglione di alpini, benché non avesse mai visto in vita sua monti sontuosi come quelli delle Alpi. Ma egli nutriva un sentimento particolarmente riconoscente nei confronti di quei militari, ricordando degli eventi tragici accaduti qualche anno prima. Nel 1908 vi fu in Calabria e Sicilia un violentissimo terremoto che rase al suolo le due città dirimpettaie di Reggio Calabria e Messina, con un numero impressionante di morti e feriti. Ebbene, tra i primi soccorritori giunsero proprio gli alpini che si prodigarono senza paura e senza problemi di comprensione, animati solo dallo spirito di solidarietà e di fratellanza verso quella gente così gravemente colpita. La notizia venne ripresa dai giornali locali che, con i tempi lenti dell’epoca, divulgarono ovunque le gesta di quei militari valorosi, enfatizzandone per mesi e mesi le gesta eroiche.

E un altro motivo di soddisfazione per lui fu l’essere stato assegnato ad una caserma situata in una zona dove ancora si parlava la lingua occitana come la sua. Era troppo grande la felicità che, appena arrivato a destinazione, mostrò subito le sue qualità di servizio, lavorando sodo senza lamentarsi, anzi spronando i commilitoni ad accettare di buon grado le mansioni che venivano loro affidate.

In quegli anni gli alpini erano impegnati a costruire una strada mulattiera di 24 km per esigenze militari, che doveva congiungere le località di Macugnaga ad Alagna Valsesia: un lavoro improbo con i mezzi limitati di allora, che richiedeva moltissima manodopera. Rosario fu assegnato ad uno squadrone con il compito di livellare il terreno a forza di badile, travi, leve e qualche volta mine per far saltare i massi maggiori, nel tratto che partiva da Macugnaga. Un altro squadrone simile era impiegato nello stesso lavoro partendo dal lato opposto di Alagna. Le due compagini si sarebbero incontrate a metà percorso al Passo del Turlo (in lingua walser tϋrli= piccola porta) a 2700 m.di altitudine.

(segue)

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