Morire di Covid in solitudine

Il rumore sommesso del traffico del mattino viene sovrastato dalla sirena bitonale di un’ambulanza. Si sente da lontano, si avvicina, pensi che vada oltre, invece si ferma a poca distanza da te, cessa di suonare.

Ti affacci alla finestra per curiosità, per sapere in quale punto della strada l’auto si è fermata e la vedi di fronte alla tua casa, con il lampeggiante ed il motore acceso. Tre persone, zaino in spalla, scendono veloci, si avvicinano al portone spingendo una barella e spariscono per 15 lunghi minuti. Tornano in strada accompagnando un ammalato, anziano, disteso sul lettino, coperto sino al viso, in parte nascosto dalla mascherina. Lo conosci, l’hai incontrato tante volte. Scendono in strada anche un’anziana signora, la moglie, e due figlie, tutte col viso protetto. Pochi minuti e poi l’ambulanza riparte. Le tre donne dall’esterno tentano di dare un saluto al loro marito e padre, forse l’ultimo saluto, forse l’ultimo bacio soffiato sulla punta delle dita, visto che l’uomo, già sofferente di problemi cardiocircolatori, è ammalato di Covid e non si salverà.

Il poveretto, dopo una vita spesa per la famiglia e la società, non avrà il conforto di avere vicino gli affetti nel momento del trapasso. Morirà da solo nel trambusto di un ospedale, tra il viavai di medici ed infermieri bravissimi ma troppo indaffarati per poter dedicare un po’ di tempo in più agli ammalati più gravi.  Un sacerdote, coraggioso, si avvicina per chiudergli gli occhi, recitare una preghiera e dargli una benedizione. Mentre là fuori i parenti, disperati, si struggono per non aver potuto consolare il congiunto sino alla fine. Non potranno più vederlo neanche da morto, sigillato subito per cautela nella bara.

Destino crudele o incapacità dell’uomo moderno di trovare soluzioni “umane” a traumi del genere?

Ho raccontato questo episodio, purtroppo vero e molto frequente, per far riflettere sul bisogno di affetto che l’uomo ha dal momento della nascita sino all’ultimo istante di vita, lungo tutto il percorso.

Foto di ADMC da Pixabay

Giuditta – consulente immobiliare

Romanzo rosa

Desidero condividere con gli amici il risultato della partecipazione al prestigioso Premio Nazionale di Arti Letterarie – Metropoli di Torino con il romanzo che ho pubblicato quest’anno tramite la piattaforma Youcanprint.it. 

La giuria ha classificato il libro nel primo 37% dei concorrenti che, anche se non rappresenta il podio dei vincitori, risulta per me un importante riconoscimento. Infatti è stata la prima volta che mi sono cimentato in una esperienza di questo genere di romanzo (rosa), che mi ha imposto grandi difficoltà interpretative del pensiero della protagonista, una donna molto giovane, lontanissimo dai miei schemi psicologici personali.

Denaro, amore, notorietà, false amicizie, sono gli ingredienti di questo racconto, con finale a sorpresa che si scopre solo nelle ultime pagine. Il libro, avvincente, di agevole lettura, pubblicato sulla piattaforma Youcanprint.it, si può richiedere sia in formato cartaceo presso le maggiori librerie, o cliccando sul sito:

https://www.youcanprint.it/fiction-generale/giuditta-consulente-immobiliare-9791220062589.html , oppure si può acquistare in formato ebook, cliccando sul sito:

https://www.youcanprint.it/fiction-romantico-contemporaneo/giuditta-consulente-immobiliare-9788831671606.html ,

nonché su Amazon, Kobo e altri. In entrambe i casi sarà molto gradita una recensione. Per altre informazioni scrivetemi a : novara15@gmail.com. Grazie e buona lettura.

Costruire la casa – riflessione n.2

Ad un certo punto della vita a tutti capita di voler creare qualcosa o dedicarsi ad un’attività importante: può essere la coltivazione di una pianta, la preparazione di un dolce, la costruzione di una casa, la creazione di una famiglia. L’origine è comune a tutte le attività determinate da una libera scelta: si parte da un sogno, si prosegue con un dialogo se si tratta di impegno condiviso, si sviluppa la volontà di “fare”, si elaborano progetti ideali. Il sogno continua con le immagini di quello che avverrà, con la forza dell’immaginazione si vede il prodotto finito e si pregusta la soddisfazione per il buon lavoro svolto.

Prendiamo il caso della costruzione di una casa. Con la fantasia si può vedere subito il progetto realizzato, ma in realtà i passi da seguire sono tantissimi, a partire dallo studio del terreno e dalla edificazione delle fondamenta. Se si vuole costruire una casa solida occorre evitare terreni sabbiosi, meglio puntare su terreni stabili, altrimenti alla prima alluvione o al primo evento tellurico la casa è destinata a crollare.

Anche per le altre esecuzioni occorre qualcosa di robusto e di qualità: semi buoni per le piante, ingredienti misurati e gustosi per un dolce, un amore sincero, disinteressato e reciproco per creare una famiglia. Altrimenti la creazione è destinata ad un forte e probabile insuccesso.

Ai miei nipoti dico: prima di accingervi a realizzare un progetto, assicuratevi di essere in possesso degli ingredienti giusti. Non costruite sulla sabbia: potreste pentirvene!

Cupidigia e invidia – riflessione n.1

Scrivo queste brevi note per i miei nipotini. Oggi loro non sono in grado di comprenderle, domani invece potrei essere io a non poterle spiegare, perciò le annoto sperando che siano utili a loro ma anche ad altri.

Cupidigia ed invidia dicono che sono i peccati più diffusi e meno confessati. Due comportamenti che sono sempre stati presenti nelle relazioni umane, contenuti nella Bibbia, nei Dieci Comandamenti, con il divieto di desiderare la donna d’altri e la roba d’altri. Ma di cosa si tratta? I dizionari riferiscono che si tratta di “brama smodata” “avidità sfrenata di possesso, di ricchezza”, ma anche desiderio sregolato di bellezza, di immagine, di forma fisica ideale. Non si tratta del semplice desiderio, più che lecito, di migliorarsi, ma della bramosia illimitata che rende l’oggetto ambito un idolo. Non c’è limite ad essa perché la soddisfazione non viene mai raggiunta, per cui c’è una rincorsa perenne e vana di un obiettivo solo ideale, impresso nella propria mente ma effimero, falso, inappagante, divenendo ogni progresso conseguito la base per un successivo traguardo sempre più lontano, senza fine.

Cupidigia e invidia sono poi strettamente legate tra loro. Chi è affetto da bramosia di solito soffre anche di invidia verso quelli che, a suo parere, hanno raggiunto determinati obiettivi.

La cupidigia, o il desiderio eccessivo ed avido di avere sempre di più, è idolatria, perciò è da evitare.

Cerco riferimento nel Vangelo e trovo l’episodio riferito da Luca (12,13-21) che chiude con questa frase rivolta al cùpido che pensava avidamente di accumulare ricchezze:

«Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

Autunno 2020

ricci

Finalmente l’autunno è arrivato! E’ iniziato ieri 22 settembre al pomeriggio con qualche ora di anticipo sul solito. Non se ne poteva più della strana estate appena terminata, malinconica, piena di pensieri tristi, timorosi, con la mascherina sul volto e la paura del virus presente negli occhi. Vacanze particolari, in senso non proprio positivo, per chi le ha potuto godere, a causa dei tanti problemi che ci hanno assillato durante i mesi precedenti. Ed ora? Speriamo bene! Il virus persiste ma siamo più preparati a tenerlo lontano. Finita l’estate non ci resta che goderci qualche bella giornata settembrina ed ottobrina, da cui non ci aspetteremo chissà cosa ma solo una buona “normalità”.

La sofferenza causata dal blocco della libertà di muoversi, di lavorare, passeggiare, visitare i propri congiunti, gli amici, i propri malati, di compiere le usuali attività, ci induce ad auspicare che tutto torni “normale”, dando a questa parola un significato elevato, quasi di straordinarietà.

uva da mosto
viale d’autunno

Il profumo dell’uva da mosto aleggia già nell’aria, così come i colori brillanti dei ricci ben pieni di castagne, mentre, in anticipo sui tempi, i viali cominciano a colorarsi di giallo per le numerose foglie cadute. Fra poco l’aroma delle caldarroste darà piacere alle nostre narici ed all’olfatto, ed anche questo ci sembrerà straordinario. E’ l’occasione per apprezzare finalmente anche le cose semplici, senza rincorrere per forza obiettivi continuamente più lontani. Scopriamo che la normalità è un valore che ha il suo fascino!

Primo giorno di scuola

Il 14 settembre 2020 suonerà la campanella per l’inizio dell’anno scolastico di tantissimi studenti.  Per diversi anni ormai, da quando i miei figli si sono congedati dalle scuole superiori, questo avvenimento mi ha lasciato indifferente perchè era qualcosa che non mi riguardava più da vicino. Ora invece ci pensano i nipoti a far rivivere l’interesse per la ripresa delle lezioni, vedo i loro occhi motivati, la voglia di riannodare i contatti con i compagni di classe, vecchi e nuovi, specie dopo quest’ultima lunghissima pausa per il virus, l’ansia di avere tutti gli accessori a posto.

Per uno strano gioco della memoria, mi rivedo proiettato indietro nel tempo al primo giorno di scuola del mio primo anno scolastico: era l’uno ottobre del 1954, venerdì, classe seconda elementare, capelli perfettamente in ordine con riga laterale, grembiulino nero con colletto bianco immacolato, due striscioline bianche verticali cucite sul petto a sinistra, una cartelletta di cartone contenente la gomma, una matita, un temperamatite, un quaderno a righe per la seconda classe, un quaderno a quadretti, un piccolo album da disegno, il libro di lettura. In classe eravamo una quarantina di ragazzini, una sola insegnante impegnata in quattro ore di scuola nel tentativo di ammaestrare un gruppo così numeroso, carico di energie scalpitanti, sei mattine su sette.

I ricordi più vivi sono quelli degli odori. Odore della carta dei quaderni, della carta del libro, odore dell’inchiostro nero contenuto in piccole quantità nei calamai incassati sopra il banco a due posti, anch’esso nero con sedile piuttosto duro. Odore del gessetto usato per scrivere sulla lavagna e del cancellino di stoffa che qualche mamma volenterosa faceva arrivare nei primi giorni. Sino alla seconda classe per scrivere si usava solo la matita, ma dalla terza elementare si passava alla penna di bachelite nera con pennino da intingere nell’inchiostro. Con danni ben visibili sulle mani, sempre nere, e sui colletti dei grembiuli che ben presto cambiavano colore.   

Oggi le cose sono cambiate, si usano i tablet, le lavagne elettroniche. Ciò che non è cambiato è lo spirito di cameratismo che anima scolari e studenti, la voglia di scoprire, di sapere. Anche gli insegnanti, spesso insoddisfatti per un’infinità di motivi, insistono per svolgere una professione da cui sperano di trovare appagamento non solo economico. A loro che si attivano con passione per modellare i nostri ragazzi dobbiamo rivolgere un ringraziamento ed un augurio di buon lavoro per le fatiche che li attendono nel nuovo anno scolastico. Buona scuola a tutti!!

Hanno portato via le campane!!!

Prima sussurrate, poi dette a voce più alta, le parole risuonarono tra i banchi della terza fila della Chiesa mentre i fedeli quella mattina di domenica attendevano l’inizio della prima Messa.

La gente, sbigottita, si guardava incredula: cosa voleva dire che avevano portato via le campane? 

“Si, è vero, stanotte ho sentito il fragore di un camion che passava qua vicino; ecco quello che era accaduto: le hanno rubate!”. 

“Ma com’è possibile”, si domandavano altri, “come hanno fatto a rubare le campane?” 

“Ah, ecco perché stamattina non le ho udite suonare” 

“Non c’è più religione!” aggiunse una vecchina seduta tra i banchi della fila opposta”

Ed un’altra dietro di lei aggiunse: “E’ colpa del demonio, dopo averci mandato il coronavirus ora ci vuole togliere anche la chiesa, i banchi, le campane e tutto il resto”.

Quante volte quelle campane avevano diffuso i rintocchi, erano state udite distrattamente, o non ascoltate per niente, o addirittura avevano generato fastidio in qualcuno.

Don Enrico, avvicinandosi all’altare per un’ultima verifica prima della Messa, alzò lo sguardo verso i banchi, richiamato dallo strano vociare. Vide che i fedeli, pur indossando la mascherina, si avvicinavano pericolosamente l’uno verso l’altro e con la mano sulla bocca, o meglio sulla mascherina anticovid, parlottava col vicino. Il parroco con lo sguardo cercava di interrogare i più vicini per capire il motivo di tanta agitazione, poi, per evitare assembramenti, disse: “Per favore, vi chiedo gentilmente di mantenere le distanze!”

A quel punto dal quarto banco una signora, quasi centenaria, si alzò e con voce stridula ma forte si rivolse al parroco e disse:” Ma è vero che stanotte hanno rubato le campane?”

Don Enrico allora capì il motivo di tanta apprensione e rispose sorridendo:

“Ma no, nessuno le ha rubate. Le campane non le avete sentite perché sono state smontate e portate via a riparare. Tempo qualche settimana e le riavremo. State tranquilli che le sentirete suonare più forte di prima”.

Così rassicurata, la gente tacque ed iniziò la funzione.

Morale: come spesso accade, non diamo importanza alle persone ed alle cose di ogni giorno sino a quando le abbiamo vicino, ma quando non ci sono più allora notiamo la loro assenza, e magari rimpiangiamo quello che abbiamo perso.

Il ladro attore – sondaggio

Dopo aver pubblicato il racconto, nei giorni successivi ho ricevuto varie reazioni da parte di amici che avevano avuto l’occasione di leggerlo. La gente ha diverse opinioni, che rispetto pienamente, ma per avere un quadro più completo, vorrei lanciare questo piccolo sondaggio.

Le domande che pongo sono le seguenti:

– 1 – il medico ha fatto bene ad armarsi di una pistola ?

-2 – Il medico ha fatto bene a sparare al ladro ?

-3 – il medico poteva comportarsi diversamente alla scoperta del ladro?

Le risposte servono a capire quanto sia importante l’uso di armi da parte di privati cittadini.

Per le risposte potete utilizzare la mia email: novara15@gmail.com

Grazie per la collaborazione.

Il ladro attore. Racconto giallo estivo

Sembra un racconto di fantasia ed in parte lo è, ma si basa su un fatto realmente accaduto alcuni decenni fa in Liguria.

Un forte odore di gelsomino proveniva dalla lunga siepe abbarbicata sulla ringhiera della bella villa stile liberty costruita su una collina genovese. Nel tardo pomeriggio di quel giorno d’agosto il profumo intenso dei fiori si mescolava con l’odore salmastro del mare, anche se vi era una distanza di oltre mille metri, complice un vento robusto di ponente. La strada stretta sembrava un serpentello che si inerpicava, grigio scuro e nero, verso la cima, perdendosi nei tornanti, tra una serie di giardini chiusi da inferriate, cancelli, alte siepi, che circondavano ville bellissime.

Giancarlo, giovane medico specialista, viveva con moglie e due bambine in quella antica dimora ricevuta in eredità dai nonni paterni, commercianti di prodotti alimentari, nomi molto noti nella zona. Quel giorno, un sabato caldo e afoso, Giancarlo avrebbe dovuto essere con moglie e figlie in vacanza in Toscana, ospite dei suoceri, ma una improvvisa emergenza in ospedale l’aveva costretto a rimanere in città. I suoi colleghi erano assenti per ferie e solo il lunedì successivo sarebbe rientrato qualcuno dei medici a dargli il cambio.   

I familiari lo avevano salutato con affetto, raccomandandogli di fare presto a raggiungerli nella tenuta dei nonni, impazienti di stare finalmente un po’ assieme. Era uno di quei momenti attesi tutto l’anno; con la professione che svolgeva, raramente si poteva permettere due settimane di fila di vacanze. Nel pomeriggio decise di recarsi subito in ospedale per anticipare il turno con la speranza di rientrare a casa dopo le ventidue, per poi riprendere il lavoro il giorno dopo di buon mattino. Avrebbe approfittato dell’assenza dei congiunti per fare una bella dormita.

In un’altra zona della città, un rione popolare nei pressi del porto, Miki discuteva quello stesso pomeriggio con la compagna che lo incalzava per ricordargli la promessa che le aveva fatto di portarla quel sabato sera in discoteca a Portovenere. Miki, abile con le parole come con le chiavi ed il grimaldello, da qualche settimana aveva finito di scontare una pena di un anno per furto ed ora aveva voglia di respirare l’aria della libertà, mettendo in pratica un’idea, secondo lui geniale, che doveva permettergli di godere di un po’ di lusso gratis. Aveva un piano che, in carcere, aveva studiato nei minimi particolari. Non ci sarebbe stato nessun rischio e se si fosse verificato qualche imprevisto avrebbe avuto un piano suppletivo. Tutto perfetto, ma doveva agire subito, quella notte. Perciò abbracciò la sua compagna e con voce suadente le disse:

«Amò, stasera ho un grosso impegno, devo vedere gente importante che mi deve dare un lavoro molto serio. Non posso mancare»

«Ma di che si tratta?» chiese lei, e lui rispose:

«Non ti posso dire niente per ora. Posso solo dirti che è un lavoro intelligente e delicato, da fare con i guanti»

«Cioè, è un lavoro da cameriere?»

«Ma che dici! Vedrai che regalino ti farò non appena avrò concluso il contatto! Ce ne andremo in vacanza all’estero, magari a Cuba o alle Maldive, resterai sorpresa».

Quella notte le strade di Giancarlo e di Miki fatalmente si incontrarono.

Erano le tre di notte. Miki, che in carcere aveva avuto informazioni molto precise sul sistema di allarme della villa, riuscì a disattivare il dispositivo e poi con poche ed abili mosse aprì una porta laterale che dal giardino conduceva nella cucina. Conosceva a menadito la pianta della villa, andò dritto verso lo studio al primo piano dove, dietro il classico quadro a tema floreale, c’era una piccola cassaforte a muro. Anche qui Miki dovette lavorare un po’ per provare delle combinazioni numeriche ma senza successo. La villa era nel silenzio più assoluto. Gli unici rumori provenivano dal poco traffico sulla strada adiacente, vocio di ragazzi che tornavano a casa dopo le serate nei locali notturni. Miki ebbe l’idea di rovistare nei cassetti della scrivania. Trovò una vecchia rubrica telefonica e sull’ultima pagina vide annotati dei numeri strani. Provò a comporli sulla tastiera della cassaforte e quella si aprì. Dentro c’era qualche astuccio di gioielli, le collane della signora, alcuni orologi, regalini in oro dei bambini, degli anelli molto belli. Li arraffò mettendoli in fretta tutti nella tasca interna del giubottino che aveva addosso. Malauguratamente un astuccio cadde per terra provocando un rumore imprevisto. Giancarlo, che aveva superato la fase del sonno più profondo, si svegliò all’improvviso. Un’altra volta era successo che aveva subito un furto in casa mentre dormiva e d’allora si era ripromesso di usare le armi per difendersi se necessario. Così, allarmato e impaurito, allungò la mano verso il comodino, afferrò la pistola, si alzò con molta cautela e si avvicinò alla stanza accanto dov’era lo studio e da dove era venuto il rumore sospetto. Temeva la reazione dell’eventuale malvivente che avrebbe potuto essere armato ed essere il primo a sparare. Accese le luci, vide un uomo, un ladro, che con la mano sinistra impugnava qualcosa di nero. Istintivamente Giancarlo urlò, premette il grilletto e sparò due colpi diretti all’addome.

L’altro si afflosciò sul pavimento. Con un filo di voce Miki chiese perdono ed aiuto. Disse che aveva una famiglia di cinque persone da mantenere e che era costretto a rubare perchè non trovava lavoro, invalido com’era. Fece vedere la mano sinistra chiusa in un guanto nero a significare la mancanza dell’arto. Giancarlo l’aveva scambiata per un’arma. Passarono pochi minuti e Miki, dissanguato, spirò. Allora Giancarlo cadde in una disperazione profonda. Aveva ucciso un uomo disarmato, invalido e padre di famiglia. Non riuscì ad accettare quella situazione. Profondamente angosciato, incapace di riflettere, terrorizzato dall’idea di quello che sarebbe successo a causa dell’omicidio, prima restò paralizzato, incapace di agire, poi, distrutto, puntò la pistola alla tempia e si uccise.

Il mattino dopo venne scoperto l’omicidio suicidio. Venne anche scoperto che il ladro non era affatto invalido come voleva far credere per ottenere clemenza, ma semplicemente aveva la mano sinistra fasciata e coperta da un guanto stretto e nero. L’aveva visto fare in un film ed aveva copiato l’idea, ma non aveva fatto i conti con l’estrema sensibilità del dottor Giancarlo, doppiamente beffato, sfociata in una grande duplice tragedia. 

Francesco Grano

20 agosto 2020  ©  riproduzione vietata 

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Recensioni sul mio ultimo libro

Devo dire un grande GRAZIE alle circa 500 persone che seguono la mia pagina su facebook ed hanno espresso apprezzamento al mio ultimo romanzo “GIUDITTA consulente immobiliare”. Cominciano ad arrivare anche i giudizi delle amiche che hanno avuto la pazienza di leggerlo, come per esempio:

Gabriella B.: “ho letto subito il libro, mi è piaciuto molto”

Neva C. : “ bello e appassionante. Mi piacciono queste storie d’amore”

Edina O.: “è stato piacevole leggerlo. La storia raccontata è realistica, sembra vera, complimenti”

Alessia M.:  “Non sono una buona lettrice, per lavoro devo già leggere molti documenti e nel tempo libero mi piace dedicarmi ad altre attività, soprattutto all’aria aperta. Nonostante ciò devo dire che Giuditta lo avrei divorato tutto d’un fiato se non ci fosse stato Matteo (il mio bambino) a impedirmelo, allungando la suspense del finale di due giorni, Lo definirei “avvincente, breve ma intenso” come dicevo,,,, E’ difficile catturare la mia attenzione nella lettura ma questo libro ci è riuscito perfettamente. Complimenti.”

Elisa C.: “ho letto il libro rapidamente. Mi è piaciuto, l’ho trovato interessante”.

Ed ora vi dò un’anticipazione: sto valutando di tradurre il libro nelle lingue più diffuse, inglese e cinese per la diffusione all’estero, se sarà possibile.

Aspetto comunque sempre le vostre opinioni, per me utilissime e molto gradite, necessarie per la scrittura di nuovi racconti. Grazie