Intervista su Odeon tv

Giorni fa ho rilasciato un’intervista all’emittente televisiva Odeon Tv, nel corso della trasmissione “Eccellenze Italiane”, riguardante la mia attività letteraria e specificamente l’ultimo romanzo “Giuditta una ragazza casual”, autopubblicato di recente tramite la piattaforma http://www.Youcanprint.it.

Vi indico il link della trasmissione per chi volesse ascoltarla:

mentre per acquistare il libro potrete prenotarlo nelle maggiori librerie o effettuarlo direttamente a prezzo scontato, sia in formato cartaceo sia ebook, sul sito:

https://www.youcanprint.it/giuditta-una-ragazza-casual/b/2006b1fc-7a2b-5a73-bfd6-034991e0b569?

Grazie.

GIUDITTA – una ragazza casual

In occasione dell’intervista che mi ha rivolto l’emittente televisiva nazionale Odeon Tv,  che andrà in onda martedì 23 novembre alle ore 18.50 sul canale 177, nel programma Eccellenze Italiane , ho deciso di pubblicare gratuitamente il primo capitolo del recente romanzo “Giuditta – una ragazza casual”.

Lo troverete sul mio sito www.artielettereitaliane.it al link: https://sites.google.com/d/1Vp8-dRTzKabFrlojsNSLXk9NKCYeIzYB/p/1NoJgRvlE_6eWD7HTUtqKOGnR8g1Qccpw/edit

Buona visione e buona lettura.

La spina nel fianco

rosa con spine (foto fgrano)

C’era una volta una cagnolina di nome Stella, una bastardina di taglia media, bianca, con una macchia marrone tra gli occhi e sulle zampe anteriori, che viveva in campagna, in una fattoria con tre famiglie e cinque bambini da uno a sei anni. Stella aveva un carattere dolcissimo, buona, amorevole, stava bene con tutti, ma aveva un problema. Ogni volta che si avvicinava ad essa una persona con il cappello in testa, sia che si trattasse di grandi o di piccoli, conosciuti o non, scappava via ed andava a nascondersi in una legnaia, fuori dalla visuale di tutti.

I proprietari della cagnolina che l’avevano presa in affidamento alcuni anni prima da un canile conoscevano la causa di quel comportamento anomalo. Sapevano che Stella aveva ricevuto maltrattamenti molto pesanti dal vecchio proprietario, che poi l’aveva abbandonata e che la colpiva con un grosso bastone ogni volta che la vedeva, le faceva soffrire la fame e la sete. Quell’uomo malvagio indossava sempre un berretto nero.

Quella paura era rimasta impressa nella memoria di Stella, tanto che ogni volta che vedeva un uomo o bambino col cappello, lei scappava terrorizzata.

Quel ricordo era la sua spina nel fianco, ma era anche il segnale che le consentiva di evitare altri brutti incontri.

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Quanti di noi sono immuni da un fastidio simile? Chi non ha la sua spina nel fianco? Dall’ età della consapevolezza in poi, penso nessuno.

Ma in fondo anche il dolore, il turbamento, il fastidio derivanti da una esperienza negativa vissuta in passato hanno la loro fecondità  perché  consentono di non dimenticare ed inducono a stare con i piedi per terra, a configurare con certezza i limiti personali evitando illusioni, inclinano ad accettare rinunce necessarie e a volte dolorose.

Luce sinistra in hospice

Photo by Soubhagya Maharana on Pexels.com

“Luce sinistra in hospice” è il titolo provvisorio del thriller inedito che ho presentato in concorso al Premio letterario Il Giovane Holden di Viareggio, e che è risultato finalista. In attesa di decidere la pubblicazione integrale, riporto il Prologo del racconto, mentre sul sito www.artielettereitaliane.it sezione racconti troverete anche il primo capitolo

PROLOGO – Il tempo, come uno specchio, dice sempre la verità, anche se a volte ha bisogno di dilatarsi per far emergere l’aspetto reale delle cose e degli avvenimenti, ma alla fine diventa efficace come una luce, pur se sinistra. Persino la malevola pandemia può concorrere a far emergere situazioni nascoste, a dispetto della superficialità, che spesso contrasta la certezza. È questione di tempo e di buona volontà. E così a Santa Marta, tranquilla cittadina laziale, quell’anno l’impianto crematorio lavorava a pieno regime, purtroppo, per l’eccessiva mortalità, tanto da dover fare attendere i parenti interessati diversi giorni, prima di consegnare le ceneri dei loro cari defunti. Quel ritardo, però, in una occasione, si rivelò una circostanza favorevole a chi era alla ricerca della verità.Una mattina di aprile due piccole lucertole stavano immobili e molto vicine sull’orlo di una lunga e sottile crepa sul muro a godersi i primi tepori primaverili. Erano ferme sulla parete esterna della cappella dell’ospedale, esposta a mezzogiorno, già illuminata sin dalle prime ore, da un sole piacevolmente caldo. La campanella con suono chiaro e vibrante, posta sul tetto, preavvisava la cerimonia funebre che si sarebbe tenuta tra pochi minuti. La gente, silenziosa, paziente, attendeva sulpiazzale l’arrivo del feretro. In prima fila, con ampi occhiali da sole e vestiti scuri, i pochi parenti stretti e poi, dietro a loro, un gran numero di lontani parenti ed amici. La signora Marilena Bassi vedova Rossi, di anni 85, malata terminale, ricoverata da diversi mesi in ospedale nel reparto hospice per le cure palliative, era deceduta. I figli, Antonio e Rosalinda, addolorati, avevano accolto senza traumi, rassegnati, la morte della mamma perché l’avevano vista soffrire per troppo tempo a causa della lunga patologia oncologica, ed ora il trapasso l’aveva resa libera dai patimenti della malattia.Dopo il funerale il feretro venne accompagnato all’obitorio del cimitero locale dove si sarebbe proceduto nei giorni seguenti alla cremazione, come la signora aveva richiesto espressamente, ma in quel periodo, come già detto, bisognava attendere più del dovuto per avere l’urna con le ceneri.

GIUDITTA- una ragazza casual

nuova edizione

Una edizione riveduta, migliorata nel testo, nel titolo e nella immagine di copertina, è stata pubblicata nei giorni scorsi. La storia è sempre la stessa, ma Giuditta si è rifatto il look!

Il libro è sempre disponibile sul sito http://www.youcanprint.it al link https://www.youcanprint.it/giuditta-una-ragazza-casual/b/2006b1fc-7a2b-5a73-bfd6-034991e0b569?

oppure può essere richiesto nelle maggiori librerie previa prenotazione. Se poi desiderate una copia autografata basta richiederla al sottoscritto scrivendo una mail a: novara15@gmail.com.

Un gradito riconoscimento

Il Premio letterario nazionale il Giovane Holden – Viareggio mi ha conferito il diploma di onore per il romanzo giallo dal titolo “Luce sinistra in hospice” ancora inedito. Il libro, ammesso alla selezione dei finalisti, si è classificato al quarto posto ex aequo con opere di altri autori. Ora mediterò sulla eventuale pubblicazione.

Un giovane occitano cap 4

(foto fg)

Cap. 4 – Il tormento di Adalgisa

Adalgisa era turbata per la scoperta. Il suo stato d’animo non era dei migliori. In pochissimo tempo tante certezze riguardanti le sue origini, il casato, la comunità, erano state messe in discussione. Non era affatto contenta per il grosso problema che le si presentava così all’improvviso, che avvolgeva di incertezza la sua storia. Aveva lo stomaco chiuso e non riusciva a mandare giù proprio niente, nonostante il conforto dei familiari. Adalgisa provò a ricostruire la sequenza genealogica. Prese un foglio di carta, una penna, e provò a scarabocchiare dei cerchi nei quali scrisse il nome degli antenati. Nel primo scrisse Marianna e Vincent, barra Rosario. Poi più giù la figlia Lorena, sua nonna paterna. Al rigo successivo Sebastiano, suo padre. Sull’ultimo rigo scrisse il suo nome.

Allora, riepilogando, sino a qualche giorno prima aveva creduto di essere pronipote di Marianna e Vincent, entrambi walser, invece ora aveva scoperto di essere pronipote di Marianna, una walser, e Rosario, un occitano.

E lei, come si doveva considerare? Senza dubbio walser, però da quel momento prese a guardare gli occitani con maggiore simpatia. In fondo non le dispiaceva quel miscuglio di razze, anzi osservava che il suo carattere allegro, scanzonato, era più tipico delle popolazioni valligiane meridionali, per cui sentiva scorrere nelle sue vene un sangue leggermente diverso dal walser, avvertiva di possedere qualche qualità più presente nella gente occitana. Ma il fatto accaduto alla sua bisnonna non cambiava le cose: lei era e continuava a sentirsi una walser, come i genitori ed i nonni, e tale sarebbe rimasta per sempre!

Un giovane occitano

Monte Rosa estate 2021

Trascrivo il primo capitolo di un mio nuovo racconto inedito, di genere storico/fantasy, ambientato sul Monte Rosa tra il 1913 ed il 2021. Prossimamente aggiungerò altri capitoli. Buone ferie!

Un giovane occitano

Cap. 1 – Adalgisa

“Ho deciso! Questi lavori li facciamo! Andrea, procedi con l’avvio delle pratiche al Comune, Regione e altri uffici, perché penso che questo sia il momento giusto per spendere un po’ di soldi e recuperare la mia casa in montagna”. 

Disse così Adalgisa all’architetto che le proponeva di effettuare dei lavori importanti di ristrutturazione di una caratteristica costruzione walser nel comune di Macugnaga, sul monte Rosa, ereditata dal padre.

Lei viveva a Milano, dirigente marketing di una importante società farmaceutica. 50 anni ben portati, sposata con un industriale, due figli maschi studenti di 22 e 18 anni.

I genitori sino a poco tempo prima avevano gestito un piccolo caseificio nella casa che era stata dei nonni e dei bisnonni, una tipica costruzione con tanto di blockbau all’esterno e due lavatoi in pietra. Una parte dei locali era adibita ad abitazione ed un’altra a laboratorio per la produzione dei formaggi. Il piano superiore era adibito a fienile e deposito di legna.

Adalgisa era nata lì, in quella casa; ci era molto affezionata e poi quella residenza rappresentava per lei la continuazione di una lunga tradizione che aveva radici antiche che affondavano nei secoli, custode di una cultura che andava preservata, così come facevano gli altri componenti, sempre in numero minore, della comunità walser.

I suoi figli erano nati e vivevano in Lombardia, quindi non sentivano il legame forte con le origini etniche e territoriali come le sentiva lei, ma ugualmente avvertiva di dover fare qualcosa per dare continuità alla sua storia. Adalgisa ripeteva spesso che l’uomo è simile ad una meteora che nasce in un angolo del cielo, attraversa velocemente il firmamento, emette luce più o meno vivida, suscita sentimenti di vario genere in coloro che la guardano, poi si sbriciola e muore all’angolo opposto del cielo. Nessuno si ricorderà a lungo di essa se non coloro che hanno avuto modo di legare un sentimento a quel passaggio: un’idea, un pensiero, un progetto, una poesia. Solo così la meteora continuerà in futuro ad emettere luce ideale.

Due mesi dopo, era già fine maggio e la natura era una tavolozza di colori vivaci sparsi attorno alla casa di Adalgisa, a Macugnaga. Distese di trifoglio ed erbe da fieno, bucate qua e là da fiori gialli di tarassaco, violette e muscari, narcisi e ginestra. L’aria ancora fredda, ma il cielo sempre più terso e luminoso invitava a sedersi lì in mezzo ai prati, senza far niente, ad ascoltare i campanacci delle mucche poco lontane o lo scroscio più distante di un piccolo ruscello. Una squadra di operai specializzati sistemava le grosse travi in legno della casa mentre altri si occupavano della sistemazione delle beole sui tetti e delle grondaie in pietra. Un operaio, mentre lavorava ad uno dei pilastri, notò che uno dei sassi incastonati si staccava. Provò a tirarlo via per cospargerlo di malta e rimetterlo al suo posto, quando quello cedette senza fatica. Si aprì un buco sufficiente per far passare un braccio. L’uomo, incuriosito, ispezionò l’interno di quella cavità con una piccola torcia elettrica, si accertò che non vi fossero rettili nascosti, poi vide un pacco di carta collocato là dentro, infilò la mano e tirò fuori una grossa busta gialla di carta grossa ed antica chiusa con un cordoncino di lana nero annodato che l’avvolgeva a croce. L’operaio portò subito la busta al geometra che dirigeva i lavori, spiegando l’accaduto.

Il giorno dopo Adalgisa, avvisata del ritrovamento ed incuriosita, prese un giorno di ferie, arrivò velocemente in montagna con il suo nuovo SUV fiammante e roboante. Quegli ultimi chilometri di strada dalla tangenziale a Macugnaga, immersi di solito in pacifici silenzi da bosco, sopportavano quei rombi di motore possente solo la domenica quando frotte di turisti chiassosi inquinavano la quiete dei monti.

Adalgisa salutò velocemente quelli che lavoravano in casa sua, ritirò la busta gialla ritrovata e si rifugiò in quella che era stata la sua cameretta di adolescente, sedendo sul letto di legno stagionato, ansiosa di scoprire il tesoro nascosto. Era un pacco di lettere, una ventina, nelle buste originali, tutte indirizzate alla sua bisnonna Marianna. Scritte tutte nel 1915 da un unico mittente, un tale Rosario. Ne lesse due. Erano lettere d’amore, scritte con tono gentile, educato ed elegante. Diede una scorsa veloce alle altre e capì che erano dello stesso tenore. Adalgisa ritenne inutile continuare. Lo avrebbe fatto a casa con calma. Intanto si pose una domanda: chi era Rosario?

Non trovò risposta nella sua memoria. Mise tutto nella borsa capiente di pelle rossa e andò al bar vicino ad offrire da bere agli operai ed al geometra che stavano lavorando alla ristrutturazione. Poi, dopo una sosta al caseificio vicino dove fece rifornimento di formaggi e miele, veri sapori di montagna, riprese il viaggio di ritorno a Milano.

(continua)

FIABELLE

A tre mesi dalla pubblicazione il libro di fiabe sta riscuotendo interesse tra i piccoli lettori. Sono in contatto con diversi bambini e ragazzi che verbalmente mi esprimono bellissime referenze, che ovviamente non posso dimostrare, ma che mi convincono della bontà dell’opera.

Oggi ho pensato di esporre l’indice delle fiabe, tutte originali, frutto della mia fantasia. Eccolo:

FIABELLE

Indice

La principessa sulla luna 9

Il lupetto, l’agnellino e Nicolino 15

Il topino Ciccio innamorato 21

Il merlo e la tartaruga 27

Il re cattivo e il rubinetto dell’aria 33

La nuvola birbacciona 39

L’anatroccolo biondo 43

Viaggio nel vaso 47

Amiche per la pelle 53

Laura e l’aereo parlante 59

La lanterna magica 65

È arrivato Alexander 71.

Chi fosse interessato a ricevere una copia del libro autografata mi può contattare con mail a : novara15@gmail.com. La spedirò in brevissimo tempo. Grazie.

L’amore è dolore, chi ama soffre

Antica torre del castello di Cavagliano

Pubblicazione del racconto completo.

Nella tarda mattinata di una domenica di aprile nella campagna a nord di Novara un cuculo, dalla sommità di una quercia, ripeteva, monotono, il suo verso. All’inizio era piacevole sentire quel canto, ma dopo ore e ore di gorgheggio continuo e monocorde la stanchezza prendeva il sopravvento e si rafforzava sempre più il desiderio che quel grazioso e solingo pennuto smettesse di esprimere il suo lamento.

Il cuculo di solito arriva puntuale a primavera, staziona qualche giorno nello stesso posto, poi va a nidificare nei nidi altrui. Anche quest’anno il suo arrivo era stato interpretato con favore, ma nello stesso tempo era sembrato che il canto, questa volta, non fosse lo stesso degli altri anni. Era parso che esprimesse un lamento più accentuato del solito.

All’imbrunire di quel giorno nell’aria si dipanavano le note di un violino lontano. Da parecchio tempo non si sentiva. Qualcuno, in un’atmosfera esoterica e misteriosa, suonava la sinfonia n. 7 di Beethoven, malinconica e struggente, quasi arrabbiata, un grido di dolore per una missione incompiuta, delle vite spezzate, un amore ferito.

Una leggenda del luogo narra che quella musica, bella e coinvolgente, provenga da una delle torri del paese, suonata da un musicista molto bravo ma che nessuno ha mai visto, il quale vuole ricordare una tragica storia ricca di sentimento, vissuta alcuni secoli prima in questi stessi posti, e che ora voglio qui raccontare.

La storia

Nel tardo medioevo viveva in un castello alla periferia di Novara, una giovane e bella nobildonna, Maria Berengaria Helena di Cavagliano, discendente di una nobile famiglia svizzera, sposa di Carlo Ferdinando, un feudatario locale parecchio più anziano di lei. Il marito aveva ottenuto il feudo dai Signori di Milano, suoi parenti, per essersi adoperato con successo al loro fianco durante le battaglie contro i nobili del Monferrato, che aspiravano ad impossessarsi delle terre novaresi per raggiungere poi più facilmente i territori lombardi.  Una volta respinti i nemici, Carlo Ferdinando aveva ricevuto per riconoscenza un castello fortificato con tanto di corte, compreso un vecchio caseificio, dove si produceva dell’ottimo formaggio erborinato, vanto della popolazione locale, nonché stalle, depositi, abitazioni basse per i contadini e i lavoranti, ed inoltre terreni circostanti estesi migliaia di pertiche.  Il complesso immobiliare era stato espropriato ad un’altra famiglia del basso Piemonte rimasta soccombente in una delle tante battaglie.

Questa era la versione ufficiale, ma alcune persone, tra la gente del popolo, più concrete, dicevano che il regalo era frutto delle simpatie particolari che uno dei rampolli lombardi, tale Goffredo, cugino di Carlo Ferdinando, nutriva verso la bella Helena. Egli aveva tanto caldeggiato il dono presso suo padre, che costui aveva accettato di accontentare il figlio.

La giovane Helena, molto dinamica e avvenente, amava organizzare tante feste, per qualsiasi occasione. Sposata a 18 anni, aveva intessuto molte relazioni con le signore dell’alta società del tempo benché avesse tanti limiti ed ostacoli nella loro frequentazione a causa delle distanze che le separavano. Accadeva di frequente, durante la bella stagione, di recarsi in visita presso le sue amiche o parenti, accompagnata dalla servitù, in località lontane che richiedevano viaggi in carrozza estenuanti. Le visite perciò duravano parecchi giorni. Il marito era spesso assente impegnato in azioni militari alleato dei signori di Milano. Al castello Helena restava spesso sola e, giovane com’era, non vedeva l’ora di frequentare gente per conversare, ascoltare buona musica, assistere a giochi di giullari.

A ventotto anni Helena aveva già quattro figli. I maldicenti dicevano che due di loro non somigliavano al padre, non essendo figli legittimi ma frutto di un amore clandestino.

Il cugino Goffredo, di età poco superiore alla sua, la riveriva spesso e la omaggiava con libri e piante esotiche. 

Da qui era nato pian piano un sentimento di reciproca attrazione tra i due, che all’inizio si esternava con sguardi significativi, messaggi poetici, allusioni vaghe, poi i contatti si fecero più frequenti e stretti. 

Era abitudine che in inverno venissero organizzate battute di caccia al cinghiale, che duravano anche una settimana e oltre, partecipate da decine di cacciatori. Helena e Goffredo cavalcavano vicini e con facili stratagemmi avevano occasione di far perdere le loro tracce, grazie alla complicità di contadini compiacenti che li facevano riparare in masserie isolate, nelle quali potevano dare libero sfogo ai loro impulsi d’amore.

In particolare i loro incontri avvenivano in una cascinetta usata d’estate dai contadini ma che d’inverno era disabitata. Vi si accedeva da un lungo cunicolo sotterraneo. A quell’epoca alcuni grossi manieri, tra cui quello in cui abitava Helena, e alcuni conventi della zona erano tra di loro collegati da tunnel scavati sotto i campi, lunghi anche diversi chilometri, che avevano di tratto in tratto bocche d’uscita, coperte da una fitta vegetazione che le rendeva invisibili dall’esterno. Una di queste uscite era prossima ad una cascinetta e lì i due amanti si incontravano sicuri di essere al riparo da sguardi indiscreti.  

Le battute di caccia più interessanti venivano organizzate nei mesi di gennaio e febbraio. Spesso la neve cadeva abbondante. La campagna, vasta e pianeggiante, diventava un enorme campo bianco, da cui spuntavano di tanto in tanto, qua e là, alberi scheletriti, aceri, querce, robinie e qualche piccolo bosco di noci. Le masserie erano parecchio distanti una dall’altra, frequentemente separate da lunghi canali che d’inverno diventavano strade di ghiaccio ricoperte di neve, difficili da vedere ed estremamente pericolose per coloro che non le conoscevano.

I due amanti erano giovani, di bell’aspetto, appassionati della natura e della caccia, soprattutto dell’attività venatoria per l’opportunità che questo sport offriva loro di stare insieme. 

Anche la nebbia si presentava di frequente nel periodo invernale fitta ed impenetrabile, diventando assieme alla neve una complice intrigante, una ninfa brumale dell’amore. Helena, in prossimità della battuta di caccia, riusciva ad avvisare per tempo e in gran segreto il massaro Andrea, il quale era pronto a preparare la nota cascinetta perché potesse offrire degna ospitalità nel caso che per il maltempo o per altri disguidi i cacciatori fossero stati costretti a usarla per ripararsi, impossibilitati a raggiungere il resto della comitiva, bisognosi di trascorrere la notte. Il massaro preparava la stalla per i cavalli, faceva trovare il foraggio e per i cacciatori si assicurava che la dispensa fosse bene approvvigionata di cibo. La legnaia disponeva sempre di ciocchi e rami spezzati da bruciare.  Una stanzetta interna accoglieva un giaciglio di fortuna fatto con materassi riempiti di foglie di mais e cuscini di piume d’oca. Il massaro chiudeva un occhio su quello che accadeva ed aveva tutto da guadagnare da quel tipo di collaborazione. Intanto non si faceva scrupoli di imbrogliare il padrone quand’era il momento di pagare la decima sul raccolto, dichiarando una resa di riso e di mais molto inferiore alla quantità realmente prodotta nei terreni che gli erano stati affidati per la coltivazione. La padrona lo sapeva, ma, per una tacita complicità e convenienza, taceva. Poi c’era la storia dell’omicidio di una guardia reale, in cui il massaro era rimasto coinvolto, ma nessuno sapeva la verità, a parte i suoi signori che gli avevano offerto ospitalità e protezione nella loro proprietà, comprando di fatto la sua fedeltà assoluta.

Quando i due amanti si rifugiavano nella masseria, lontani da occhi indiscreti, non vedevano l’ora di rifugiarsi nell’unica cameretta con il letto di fortuna e lì, nonostante il freddo pungente, aveva luogo il rapporto amoroso. Baci lunghi e appassionati esprimevano la passione meglio di mille parole. Era un sentimento forte che univa i due giovani, i quali, sin dal primo momento in cui si erano conosciuti ad una festa in casa di parenti comuni, avevano sentito un’attrazione straordinaria. Le mani di entrambi si stringevano vicendevolmente così forte da farsi male, ma era un male piacevole. Gli abbracci tanto appassionati da togliere il respiro. E poi le mani di Goffredo e di Helena iniziavano l’esplorazione dei rispettivi corpi attraverso la procedura dello svestimento, operazione complicata vista la montagna di abiti indossati, pieni di lacci, lacciuoli, fibbie, bottoni.

Passavano così tutta la notte. All’alba, stanchi ma felici, si rimettevano in cammino alla ricerca degli altri cacciatori, che nel frattempo si erano anch’essi rifugiati per la notte o nel castello o in altri casali sparsi nella pianura, dove capitava loro di vivere esperienze amorose occasionali con giovani contadinelle o meno giovani lavoranti, filatrici o addette alle stalle, abitanti delle masserie. Anche Carlo Ferdinando approfittava della circostanza per concedersi qualche libertà. Andava a far visita ad una non più giovane ma piacente e pia donna, perpetua dell’arciprete e, dicevano, consolatrice di anime inquiete in preda alle tentazioni della carne. Con lei trascorreva tutta la notte, dopo che il buon religioso era stato messo a dormire accompagnato da una buona tisana rilassante e soporifera.

Ma anche le storie più belle sono destinate a finire, specie se sono irregolari.

Un’anziana nutrice, serva fedele di Carlo Ferdinando, che aveva visto nascere, impegnata a badare ora ai suoi figlioletti, un giorno non seppe tacere e, interrogata con brusche maniere dal suo signore, sospettoso per alcune strane dicerie che gli erano giunte all’orecchio sul conto della moglie, a mezza bocca espresse anch’ella dei dubbi sulla condotta di Helena per via di suoi comportamenti inconsueti. Non erano sfuggite certe sue assenze prolungate per diverse ore, durante le quali non si sapeva dove quella andasse, per poi ricomparire dopo parecchio tempo, sporca di fango, scapigliata, di umore ambiguo. Distratta, poco interessata ai figli, si rifugiava nella sua camera a riposare sino al giorno dopo.

Senonché il marito, ingelosito, decise di porla sotto sorveglianza. Incaricò un uomo fidato scelto tra le sue guardie affinché la tenesse d’occhio e seguisse ogni suo movimento.

Ci volle più di un mese per scoprire la verità. Helena venne scoperta mentre, attraverso una porticina nei sotterranei del castello, si intrufolava di nascosto nel cunicolo segreto che portava fuori. 

La guardia la seguì con molta discrezione e poco dopo si accorse che la donna a metà strada incontrava un uomo armato, certamente un nobile, con cui proseguiva il cammino verso l’uscita della galleria sotterranea, sino alla nota cascinetta.

I sospetti di Carlo Ferdinando si erano rivelati fondati e la persona che gli aveva fatto la confidenza ne guadagnava in affidabilità e riconoscenza. Era stato un monaco a confidargli di aver visto la bella signora un giorno andare a passo spedito nel cunicolo, mentre egli, procedendo in senso opposto, era diretto verso un luogo segreto per un incontro altrettanto celato, non riferibile. Il religioso per non essere visto si era dovuto nascondere in un anfratto, aiutato dal buio, ma l’aveva riconosciuta ugualmente e, qualche giorno dopo non aveva esitato a riferirlo al marito, contando di acquistare merito ai suoi occhi. 

La tresca, che nel frattempo era divenuta meno prudente, venne ben presto scoperta. Un giorno che Helena si diresse verso i sotterranei per intromettersi nel cunicolo e raggiungere il suo amante, le guardie del marito saltarono a cavallo e raggiunsero ben presto la cascinetta, nascondendosi ben bene tra la fitta vegetazione. Quando i due amanti raggiunsero la località dal percorso sotterraneo ed entrarono nella cascina si intrappolarono da soli. Le guardie appostate là fuori entrarono, li afferrarono e li portarono a castello, dove vennero segregati in due celle sotterranee. Goffredo e Helena non si videro mai più ma i loro cuori continuarono a battere con lo stesso ritmo, tanto forte era l’amore che li univa.

Di Goffredo si persero le tracce. Si disse che fu pugnalato al petto ed il suo corpo gettato in un pozzo, costruito nei sotterranei del castello, molto profondo, con tante lame sporgenti all’interno, in grado di cancellare ogni speranza di sopravvivenza a qualunque malcapitato vi fosse caduto dentro.

Helena invece fu rinchiusa in una torre molto alta e stretta alla periferia della città. Le fu consentito di tenere solo qualche vaso di fiori. Qualche tempo dopo la donna, addolorata per la perdita del suo Goffredo e per le notevoli privazioni a cui era sottoposta, non sopportò quella vita. Una mattina la trovarono esanime sul letto, vestita bellissima come una sposa. Scoprirono che la sera prima si era preparata una pietanza con alcuni tuberi delle piante che coltivava, che si erano rivelati letali. 

La loro storia commosse molto la gente del luogo tanto che venivano recitate continue preghiere per la loro salvezza. Ogni anno la Confraternita del Gonfalone alla festa dell’Assunta, durante la processione, sostava ai piedi della torre e recitava orazioni e giaculatorie dedicate ai due sventurati in suffragio delle loro anime.

Era già l’imbrunire di quella domenica di aprile, serena e fresca quando per la via passò, con andatura lenta e stanca, un anziano contadino con una lunga canna in una mano, un retino ed un secchiello di plastica, pieno di delusioni, nell’altra. Era andato a caccia di rane nei fossi ma tornava quasi a mani vuote: non c’erano più le rane abbondanti di una volta! Il vecchio contadino, sentendo la musica nell’aria, ascoltata già altre volte, procedeva e per sua devota abitudine biascicava qualcosa in latino, come gli aveva insegnato tanto tempo prima un monaco. Erano orazioni intercalate con espressioni da osteria del tipo “in omnia pericula tasta testicula”, ma lui questo non lo sapeva. Erano in latino e per lui andava bene così.

Racconto estratto dalla raccolta “Un racconto tira l’altro” in corso di pubblicazione © Francesco Grano 2021