Un giovane occitano cap 4

(foto fg)

Cap. 4 – Il tormento di Adalgisa

Adalgisa era turbata per la scoperta. Il suo stato d’animo non era dei migliori. In pochissimo tempo tante certezze riguardanti le sue origini, il casato, la comunità, erano state messe in discussione. Non era affatto contenta per il grosso problema che le si presentava così all’improvviso, che avvolgeva di incertezza la sua storia. Aveva lo stomaco chiuso e non riusciva a mandare giù proprio niente, nonostante il conforto dei familiari. Adalgisa provò a ricostruire la sequenza genealogica. Prese un foglio di carta, una penna, e provò a scarabocchiare dei cerchi nei quali scrisse il nome degli antenati. Nel primo scrisse Marianna e Vincent, barra Rosario. Poi più giù la figlia Lorena, sua nonna paterna. Al rigo successivo Sebastiano, suo padre. Sull’ultimo rigo scrisse il suo nome.

Allora, riepilogando, sino a qualche giorno prima aveva creduto di essere pronipote di Marianna e Vincent, entrambi walser, invece ora aveva scoperto di essere pronipote di Marianna, una walser, e Rosario, un occitano.

E lei, come si doveva considerare? Senza dubbio walser, però da quel momento prese a guardare gli occitani con maggiore simpatia. In fondo non le dispiaceva quel miscuglio di razze, anzi osservava che il suo carattere allegro, scanzonato, era più tipico delle popolazioni valligiane meridionali, per cui sentiva scorrere nelle sue vene un sangue leggermente diverso dal walser, avvertiva di possedere qualche qualità più presente nella gente occitana. Ma il fatto accaduto alla sua bisnonna non cambiava le cose: lei era e continuava a sentirsi una walser, come i genitori ed i nonni, e tale sarebbe rimasta per sempre!

Un giovane occitano

Monte Rosa estate 2021

Trascrivo il primo capitolo di un mio nuovo racconto inedito, di genere storico/fantasy, ambientato sul Monte Rosa tra il 1913 ed il 2021. Prossimamente aggiungerò altri capitoli. Buone ferie!

Un giovane occitano

Cap. 1 – Adalgisa

“Ho deciso! Questi lavori li facciamo! Andrea, procedi con l’avvio delle pratiche al Comune, Regione e altri uffici, perché penso che questo sia il momento giusto per spendere un po’ di soldi e recuperare la mia casa in montagna”. 

Disse così Adalgisa all’architetto che le proponeva di effettuare dei lavori importanti di ristrutturazione di una caratteristica costruzione walser nel comune di Macugnaga, sul monte Rosa, ereditata dal padre.

Lei viveva a Milano, dirigente marketing di una importante società farmaceutica. 50 anni ben portati, sposata con un industriale, due figli maschi studenti di 22 e 18 anni.

I genitori sino a poco tempo prima avevano gestito un piccolo caseificio nella casa che era stata dei nonni e dei bisnonni, una tipica costruzione con tanto di blockbau all’esterno e due lavatoi in pietra. Una parte dei locali era adibita ad abitazione ed un’altra a laboratorio per la produzione dei formaggi. Il piano superiore era adibito a fienile e deposito di legna.

Adalgisa era nata lì, in quella casa; ci era molto affezionata e poi quella residenza rappresentava per lei la continuazione di una lunga tradizione che aveva radici antiche che affondavano nei secoli, custode di una cultura che andava preservata, così come facevano gli altri componenti, sempre in numero minore, della comunità walser.

I suoi figli erano nati e vivevano in Lombardia, quindi non sentivano il legame forte con le origini etniche e territoriali come le sentiva lei, ma ugualmente avvertiva di dover fare qualcosa per dare continuità alla sua storia. Adalgisa ripeteva spesso che l’uomo è simile ad una meteora che nasce in un angolo del cielo, attraversa velocemente il firmamento, emette luce più o meno vivida, suscita sentimenti di vario genere in coloro che la guardano, poi si sbriciola e muore all’angolo opposto del cielo. Nessuno si ricorderà a lungo di essa se non coloro che hanno avuto modo di legare un sentimento a quel passaggio: un’idea, un pensiero, un progetto, una poesia. Solo così la meteora continuerà in futuro ad emettere luce ideale.

Due mesi dopo, era già fine maggio e la natura era una tavolozza di colori vivaci sparsi attorno alla casa di Adalgisa, a Macugnaga. Distese di trifoglio ed erbe da fieno, bucate qua e là da fiori gialli di tarassaco, violette e muscari, narcisi e ginestra. L’aria ancora fredda, ma il cielo sempre più terso e luminoso invitava a sedersi lì in mezzo ai prati, senza far niente, ad ascoltare i campanacci delle mucche poco lontane o lo scroscio più distante di un piccolo ruscello. Una squadra di operai specializzati sistemava le grosse travi in legno della casa mentre altri si occupavano della sistemazione delle beole sui tetti e delle grondaie in pietra. Un operaio, mentre lavorava ad uno dei pilastri, notò che uno dei sassi incastonati si staccava. Provò a tirarlo via per cospargerlo di malta e rimetterlo al suo posto, quando quello cedette senza fatica. Si aprì un buco sufficiente per far passare un braccio. L’uomo, incuriosito, ispezionò l’interno di quella cavità con una piccola torcia elettrica, si accertò che non vi fossero rettili nascosti, poi vide un pacco di carta collocato là dentro, infilò la mano e tirò fuori una grossa busta gialla di carta grossa ed antica chiusa con un cordoncino di lana nero annodato che l’avvolgeva a croce. L’operaio portò subito la busta al geometra che dirigeva i lavori, spiegando l’accaduto.

Il giorno dopo Adalgisa, avvisata del ritrovamento ed incuriosita, prese un giorno di ferie, arrivò velocemente in montagna con il suo nuovo SUV fiammante e roboante. Quegli ultimi chilometri di strada dalla tangenziale a Macugnaga, immersi di solito in pacifici silenzi da bosco, sopportavano quei rombi di motore possente solo la domenica quando frotte di turisti chiassosi inquinavano la quiete dei monti.

Adalgisa salutò velocemente quelli che lavoravano in casa sua, ritirò la busta gialla ritrovata e si rifugiò in quella che era stata la sua cameretta di adolescente, sedendo sul letto di legno stagionato, ansiosa di scoprire il tesoro nascosto. Era un pacco di lettere, una ventina, nelle buste originali, tutte indirizzate alla sua bisnonna Marianna. Scritte tutte nel 1915 da un unico mittente, un tale Rosario. Ne lesse due. Erano lettere d’amore, scritte con tono gentile, educato ed elegante. Diede una scorsa veloce alle altre e capì che erano dello stesso tenore. Adalgisa ritenne inutile continuare. Lo avrebbe fatto a casa con calma. Intanto si pose una domanda: chi era Rosario?

Non trovò risposta nella sua memoria. Mise tutto nella borsa capiente di pelle rossa e andò al bar vicino ad offrire da bere agli operai ed al geometra che stavano lavorando alla ristrutturazione. Poi, dopo una sosta al caseificio vicino dove fece rifornimento di formaggi e miele, veri sapori di montagna, riprese il viaggio di ritorno a Milano.

(continua)

FIABELLE

A tre mesi dalla pubblicazione il libro di fiabe sta riscuotendo interesse tra i piccoli lettori. Sono in contatto con diversi bambini e ragazzi che verbalmente mi esprimono bellissime referenze, che ovviamente non posso dimostrare, ma che mi convincono della bontà dell’opera.

Oggi ho pensato di esporre l’indice delle fiabe, tutte originali, frutto della mia fantasia. Eccolo:

FIABELLE

Indice

La principessa sulla luna 9

Il lupetto, l’agnellino e Nicolino 15

Il topino Ciccio innamorato 21

Il merlo e la tartaruga 27

Il re cattivo e il rubinetto dell’aria 33

La nuvola birbacciona 39

L’anatroccolo biondo 43

Viaggio nel vaso 47

Amiche per la pelle 53

Laura e l’aereo parlante 59

La lanterna magica 65

È arrivato Alexander 71.

Chi fosse interessato a ricevere una copia del libro autografata mi può contattare con mail a : novara15@gmail.com. La spedirò in brevissimo tempo. Grazie.

L’amore è dolore, chi ama soffre

Antica torre del castello di Cavagliano

Pubblicazione del racconto completo.

Nella tarda mattinata di una domenica di aprile nella campagna a nord di Novara un cuculo, dalla sommità di una quercia, ripeteva, monotono, il suo verso. All’inizio era piacevole sentire quel canto, ma dopo ore e ore di gorgheggio continuo e monocorde la stanchezza prendeva il sopravvento e si rafforzava sempre più il desiderio che quel grazioso e solingo pennuto smettesse di esprimere il suo lamento.

Il cuculo di solito arriva puntuale a primavera, staziona qualche giorno nello stesso posto, poi va a nidificare nei nidi altrui. Anche quest’anno il suo arrivo era stato interpretato con favore, ma nello stesso tempo era sembrato che il canto, questa volta, non fosse lo stesso degli altri anni. Era parso che esprimesse un lamento più accentuato del solito.

All’imbrunire di quel giorno nell’aria si dipanavano le note di un violino lontano. Da parecchio tempo non si sentiva. Qualcuno, in un’atmosfera esoterica e misteriosa, suonava la sinfonia n. 7 di Beethoven, malinconica e struggente, quasi arrabbiata, un grido di dolore per una missione incompiuta, delle vite spezzate, un amore ferito.

Una leggenda del luogo narra che quella musica, bella e coinvolgente, provenga da una delle torri del paese, suonata da un musicista molto bravo ma che nessuno ha mai visto, il quale vuole ricordare una tragica storia ricca di sentimento, vissuta alcuni secoli prima in questi stessi posti, e che ora voglio qui raccontare.

La storia

Nel tardo medioevo viveva in un castello alla periferia di Novara, una giovane e bella nobildonna, Maria Berengaria Helena di Cavagliano, discendente di una nobile famiglia svizzera, sposa di Carlo Ferdinando, un feudatario locale parecchio più anziano di lei. Il marito aveva ottenuto il feudo dai Signori di Milano, suoi parenti, per essersi adoperato con successo al loro fianco durante le battaglie contro i nobili del Monferrato, che aspiravano ad impossessarsi delle terre novaresi per raggiungere poi più facilmente i territori lombardi.  Una volta respinti i nemici, Carlo Ferdinando aveva ricevuto per riconoscenza un castello fortificato con tanto di corte, compreso un vecchio caseificio, dove si produceva dell’ottimo formaggio erborinato, vanto della popolazione locale, nonché stalle, depositi, abitazioni basse per i contadini e i lavoranti, ed inoltre terreni circostanti estesi migliaia di pertiche.  Il complesso immobiliare era stato espropriato ad un’altra famiglia del basso Piemonte rimasta soccombente in una delle tante battaglie.

Questa era la versione ufficiale, ma alcune persone, tra la gente del popolo, più concrete, dicevano che il regalo era frutto delle simpatie particolari che uno dei rampolli lombardi, tale Goffredo, cugino di Carlo Ferdinando, nutriva verso la bella Helena. Egli aveva tanto caldeggiato il dono presso suo padre, che costui aveva accettato di accontentare il figlio.

La giovane Helena, molto dinamica e avvenente, amava organizzare tante feste, per qualsiasi occasione. Sposata a 18 anni, aveva intessuto molte relazioni con le signore dell’alta società del tempo benché avesse tanti limiti ed ostacoli nella loro frequentazione a causa delle distanze che le separavano. Accadeva di frequente, durante la bella stagione, di recarsi in visita presso le sue amiche o parenti, accompagnata dalla servitù, in località lontane che richiedevano viaggi in carrozza estenuanti. Le visite perciò duravano parecchi giorni. Il marito era spesso assente impegnato in azioni militari alleato dei signori di Milano. Al castello Helena restava spesso sola e, giovane com’era, non vedeva l’ora di frequentare gente per conversare, ascoltare buona musica, assistere a giochi di giullari.

A ventotto anni Helena aveva già quattro figli. I maldicenti dicevano che due di loro non somigliavano al padre, non essendo figli legittimi ma frutto di un amore clandestino.

Il cugino Goffredo, di età poco superiore alla sua, la riveriva spesso e la omaggiava con libri e piante esotiche. 

Da qui era nato pian piano un sentimento di reciproca attrazione tra i due, che all’inizio si esternava con sguardi significativi, messaggi poetici, allusioni vaghe, poi i contatti si fecero più frequenti e stretti. 

Era abitudine che in inverno venissero organizzate battute di caccia al cinghiale, che duravano anche una settimana e oltre, partecipate da decine di cacciatori. Helena e Goffredo cavalcavano vicini e con facili stratagemmi avevano occasione di far perdere le loro tracce, grazie alla complicità di contadini compiacenti che li facevano riparare in masserie isolate, nelle quali potevano dare libero sfogo ai loro impulsi d’amore.

In particolare i loro incontri avvenivano in una cascinetta usata d’estate dai contadini ma che d’inverno era disabitata. Vi si accedeva da un lungo cunicolo sotterraneo. A quell’epoca alcuni grossi manieri, tra cui quello in cui abitava Helena, e alcuni conventi della zona erano tra di loro collegati da tunnel scavati sotto i campi, lunghi anche diversi chilometri, che avevano di tratto in tratto bocche d’uscita, coperte da una fitta vegetazione che le rendeva invisibili dall’esterno. Una di queste uscite era prossima ad una cascinetta e lì i due amanti si incontravano sicuri di essere al riparo da sguardi indiscreti.  

Le battute di caccia più interessanti venivano organizzate nei mesi di gennaio e febbraio. Spesso la neve cadeva abbondante. La campagna, vasta e pianeggiante, diventava un enorme campo bianco, da cui spuntavano di tanto in tanto, qua e là, alberi scheletriti, aceri, querce, robinie e qualche piccolo bosco di noci. Le masserie erano parecchio distanti una dall’altra, frequentemente separate da lunghi canali che d’inverno diventavano strade di ghiaccio ricoperte di neve, difficili da vedere ed estremamente pericolose per coloro che non le conoscevano.

I due amanti erano giovani, di bell’aspetto, appassionati della natura e della caccia, soprattutto dell’attività venatoria per l’opportunità che questo sport offriva loro di stare insieme. 

Anche la nebbia si presentava di frequente nel periodo invernale fitta ed impenetrabile, diventando assieme alla neve una complice intrigante, una ninfa brumale dell’amore. Helena, in prossimità della battuta di caccia, riusciva ad avvisare per tempo e in gran segreto il massaro Andrea, il quale era pronto a preparare la nota cascinetta perché potesse offrire degna ospitalità nel caso che per il maltempo o per altri disguidi i cacciatori fossero stati costretti a usarla per ripararsi, impossibilitati a raggiungere il resto della comitiva, bisognosi di trascorrere la notte. Il massaro preparava la stalla per i cavalli, faceva trovare il foraggio e per i cacciatori si assicurava che la dispensa fosse bene approvvigionata di cibo. La legnaia disponeva sempre di ciocchi e rami spezzati da bruciare.  Una stanzetta interna accoglieva un giaciglio di fortuna fatto con materassi riempiti di foglie di mais e cuscini di piume d’oca. Il massaro chiudeva un occhio su quello che accadeva ed aveva tutto da guadagnare da quel tipo di collaborazione. Intanto non si faceva scrupoli di imbrogliare il padrone quand’era il momento di pagare la decima sul raccolto, dichiarando una resa di riso e di mais molto inferiore alla quantità realmente prodotta nei terreni che gli erano stati affidati per la coltivazione. La padrona lo sapeva, ma, per una tacita complicità e convenienza, taceva. Poi c’era la storia dell’omicidio di una guardia reale, in cui il massaro era rimasto coinvolto, ma nessuno sapeva la verità, a parte i suoi signori che gli avevano offerto ospitalità e protezione nella loro proprietà, comprando di fatto la sua fedeltà assoluta.

Quando i due amanti si rifugiavano nella masseria, lontani da occhi indiscreti, non vedevano l’ora di rifugiarsi nell’unica cameretta con il letto di fortuna e lì, nonostante il freddo pungente, aveva luogo il rapporto amoroso. Baci lunghi e appassionati esprimevano la passione meglio di mille parole. Era un sentimento forte che univa i due giovani, i quali, sin dal primo momento in cui si erano conosciuti ad una festa in casa di parenti comuni, avevano sentito un’attrazione straordinaria. Le mani di entrambi si stringevano vicendevolmente così forte da farsi male, ma era un male piacevole. Gli abbracci tanto appassionati da togliere il respiro. E poi le mani di Goffredo e di Helena iniziavano l’esplorazione dei rispettivi corpi attraverso la procedura dello svestimento, operazione complicata vista la montagna di abiti indossati, pieni di lacci, lacciuoli, fibbie, bottoni.

Passavano così tutta la notte. All’alba, stanchi ma felici, si rimettevano in cammino alla ricerca degli altri cacciatori, che nel frattempo si erano anch’essi rifugiati per la notte o nel castello o in altri casali sparsi nella pianura, dove capitava loro di vivere esperienze amorose occasionali con giovani contadinelle o meno giovani lavoranti, filatrici o addette alle stalle, abitanti delle masserie. Anche Carlo Ferdinando approfittava della circostanza per concedersi qualche libertà. Andava a far visita ad una non più giovane ma piacente e pia donna, perpetua dell’arciprete e, dicevano, consolatrice di anime inquiete in preda alle tentazioni della carne. Con lei trascorreva tutta la notte, dopo che il buon religioso era stato messo a dormire accompagnato da una buona tisana rilassante e soporifera.

Ma anche le storie più belle sono destinate a finire, specie se sono irregolari.

Un’anziana nutrice, serva fedele di Carlo Ferdinando, che aveva visto nascere, impegnata a badare ora ai suoi figlioletti, un giorno non seppe tacere e, interrogata con brusche maniere dal suo signore, sospettoso per alcune strane dicerie che gli erano giunte all’orecchio sul conto della moglie, a mezza bocca espresse anch’ella dei dubbi sulla condotta di Helena per via di suoi comportamenti inconsueti. Non erano sfuggite certe sue assenze prolungate per diverse ore, durante le quali non si sapeva dove quella andasse, per poi ricomparire dopo parecchio tempo, sporca di fango, scapigliata, di umore ambiguo. Distratta, poco interessata ai figli, si rifugiava nella sua camera a riposare sino al giorno dopo.

Senonché il marito, ingelosito, decise di porla sotto sorveglianza. Incaricò un uomo fidato scelto tra le sue guardie affinché la tenesse d’occhio e seguisse ogni suo movimento.

Ci volle più di un mese per scoprire la verità. Helena venne scoperta mentre, attraverso una porticina nei sotterranei del castello, si intrufolava di nascosto nel cunicolo segreto che portava fuori. 

La guardia la seguì con molta discrezione e poco dopo si accorse che la donna a metà strada incontrava un uomo armato, certamente un nobile, con cui proseguiva il cammino verso l’uscita della galleria sotterranea, sino alla nota cascinetta.

I sospetti di Carlo Ferdinando si erano rivelati fondati e la persona che gli aveva fatto la confidenza ne guadagnava in affidabilità e riconoscenza. Era stato un monaco a confidargli di aver visto la bella signora un giorno andare a passo spedito nel cunicolo, mentre egli, procedendo in senso opposto, era diretto verso un luogo segreto per un incontro altrettanto celato, non riferibile. Il religioso per non essere visto si era dovuto nascondere in un anfratto, aiutato dal buio, ma l’aveva riconosciuta ugualmente e, qualche giorno dopo non aveva esitato a riferirlo al marito, contando di acquistare merito ai suoi occhi. 

La tresca, che nel frattempo era divenuta meno prudente, venne ben presto scoperta. Un giorno che Helena si diresse verso i sotterranei per intromettersi nel cunicolo e raggiungere il suo amante, le guardie del marito saltarono a cavallo e raggiunsero ben presto la cascinetta, nascondendosi ben bene tra la fitta vegetazione. Quando i due amanti raggiunsero la località dal percorso sotterraneo ed entrarono nella cascina si intrappolarono da soli. Le guardie appostate là fuori entrarono, li afferrarono e li portarono a castello, dove vennero segregati in due celle sotterranee. Goffredo e Helena non si videro mai più ma i loro cuori continuarono a battere con lo stesso ritmo, tanto forte era l’amore che li univa.

Di Goffredo si persero le tracce. Si disse che fu pugnalato al petto ed il suo corpo gettato in un pozzo, costruito nei sotterranei del castello, molto profondo, con tante lame sporgenti all’interno, in grado di cancellare ogni speranza di sopravvivenza a qualunque malcapitato vi fosse caduto dentro.

Helena invece fu rinchiusa in una torre molto alta e stretta alla periferia della città. Le fu consentito di tenere solo qualche vaso di fiori. Qualche tempo dopo la donna, addolorata per la perdita del suo Goffredo e per le notevoli privazioni a cui era sottoposta, non sopportò quella vita. Una mattina la trovarono esanime sul letto, vestita bellissima come una sposa. Scoprirono che la sera prima si era preparata una pietanza con alcuni tuberi delle piante che coltivava, che si erano rivelati letali. 

La loro storia commosse molto la gente del luogo tanto che venivano recitate continue preghiere per la loro salvezza. Ogni anno la Confraternita del Gonfalone alla festa dell’Assunta, durante la processione, sostava ai piedi della torre e recitava orazioni e giaculatorie dedicate ai due sventurati in suffragio delle loro anime.

Era già l’imbrunire di quella domenica di aprile, serena e fresca quando per la via passò, con andatura lenta e stanca, un anziano contadino con una lunga canna in una mano, un retino ed un secchiello di plastica, pieno di delusioni, nell’altra. Era andato a caccia di rane nei fossi ma tornava quasi a mani vuote: non c’erano più le rane abbondanti di una volta! Il vecchio contadino, sentendo la musica nell’aria, ascoltata già altre volte, procedeva e per sua devota abitudine biascicava qualcosa in latino, come gli aveva insegnato tanto tempo prima un monaco. Erano orazioni intercalate con espressioni da osteria del tipo “in omnia pericula tasta testicula”, ma lui questo non lo sapeva. Erano in latino e per lui andava bene così.

Racconto estratto dalla raccolta “Un racconto tira l’altro” in corso di pubblicazione © Francesco Grano 2021

Almega a Natale due anni dopo

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Ricordate Almega, il simpatico essere extraterrestre atterrato due anni fa in Valsesia, ai piedi del Monte Rosa in Piemonte? La sua missione doveva durare al massimo qualche settimana, invece l’ospite è rimasto tra di noi per molto tempo in più e non è ancora tornato nel suo paese ultra lontano. Ma nel frattempo, cosa è successo? Intanto quella notte della vigilia di Natale in cui fu invitato da Angelo, l’amico poi svanito nel nulla, a partecipare alla funzione religiosa della Messa di mezzanotte, spinto dalla curiosità di sapere per poi riferire ai suoi capi, andò a vedere cosa accadeva. Rimase ben impressionato dalle manifestazioni di affetto tra la gente, dagli auguri che tutti si scambiavano anche se non si conoscevano. Almega pensò che il mondo aveva preso finalmente una buona direzione, sperava di vedere presto una trasformazione universale con annientamento definitivo del male, ma si sbagliava.

Sin dai giorni successivi si accorse che, nonostante l’avvenimento del Natale, alcune persone si comportavano male, dimenticando ogni promessa fatta nella notte della festa.

Attraverso il visore incorporato nel casco egli vide cosa accadeva in ogni parte della Terra: furti, giuramenti falsi, omicidi, adultèri, corruzione, cattiveria, egoismi, indifferenza ai problemi della gente. Almega non si diede per vinto e chiese il permesso ai suoi superiori di prolungare la permanenza sul nostro pianeta per studiare ancora i comportamenti dei terrestri. Accanto a manifestazioni negative ce n’erano tante positive che potevano ribaltare la situazione annullando il Male, ma per ora questo cambiamento radicale non avveniva.

L’anno successivo accadde un evento molto nefasto di portata mondiale: la diffusione della pandemia da coronavirus, che si sviluppò in tutto il mondo seminando morte, malattie gravi, grande depressione tra la gente. Il virus colpiva chiunque senza distinzione di genere, di colore della pelle, di razza, di religione, di età, anche se gli anziani venivano colpiti con maggiore danno perché più deboli e con patologie pregresse più severe.

La gente perse la libertà di movimento, dovette difendersi con l’uso di una mascherina sulla bocca, dovette rinunciare a strette di mano, abbracci, baci. Chiusi in casa, limitando al massimo le uscite per cause solo urgenti e necessarie.

Fu una prova di resistenza molto forte che non tutti superarono. Ci fu anche chi, non accettando quella situazione di reale pericolo, non ammise l’esistenza del virus, nonostante i grandi effetti negativi prodotti e sotto gli occhi di tutti.

Fu quella l’occasione per l’umanità di trarre dalla tragedia una lezione di vita, per scovare nella pandemia il lato positivo, per cambiare abitudini, per ridare il giusto valore ai sentimenti più puri, semplici. La “normalità” assumeva una importanza fondamentale, riprendeva il giusto valore che in precedenza era stato trascurato, sempre alla ricerca di soddisfazioni crescenti, smisurate, di rincorse senza limite di valori effimeri.

Tutti si aspettavano dei mutamenti positivi degli animi, ma il mondo continuava a girare sempre allo stesso modo. Almega, sconfortato e perplesso, pensò di cominciare a programmare il viaggio di ritorno verso il suo mondo di origine. Tornò in montagna in Valsesia. Era nuovamente inverno e si avvicinava ancora il Natale. Ora lui sapeva cosa significava quella festa, che gli uomini della Terra si ostinavano a trascorrere come sempre, allo stesso modo, senza preoccuparsi del significato originario di quella nascita. Neanche il Covid era riuscito ad intenerire gli animi. In un’ampia vallata ricoperta di neve spiccava una piccola baita. Dal comignolo usciva del fumo. Almega pensò di avvicinarsi per conoscere quell’abitante. Si affacciò sull’uscio un uomo, anziano, un grosso mantello sulle spalle ed un cappello nero, consunto, che lo invitò ad entrare per scaldarsi.

  • Sono Almega – si presentò;
  • E io Giovanni, entra, siedi e bevi questo – gli disse porgendogli una tazza di tisana fumante alla menta
  • Cosa fai da queste parti, Almega?
  • È una storia lunga. Vengo da un paese lontano. Sono venuto per studiare il comportamento della gente, ma mi devo arrendere perché non riesco a capire perché il Male esiste ancora nell’animo degli uomini.
  • Ah ah ah!! Tu hai fatto un’osservazione intelligente, ma non ti devi scoraggiare. Sappi che Male e Bene sono le facce di una stessa medaglia: devono convivere; una non può fare a meno dell’altra proprio per poter esistere. Ma è il risultato finale quello che conta!
  • Cioè? Cosa potrà accadere?
  • Semplice: avverrà il trionfo del Bene e la sconfitta definitiva del Male
  • E questo quando avverrà?
  • Ogni cosa a suo tempo! Immagina un campo dove assieme alle piantine di grano crescono piantine di erbe cattive. Tutte crescono insieme, piantine buone e piantine cattive, ma al momento della mietitura il contadino separerà il grano che metterà al sicuro nei granai, mentre metterà da parte l’erba cattiva per farla bruciare. È questione di tempo!  Vedi, anche adesso tu vedi tante cattiverie in giro per il mondo per gli effetti negativi che producono, ma non ti accorgi delle grandi opere di bene che, in silenzio, vengono compiute e che recano sollievo alle persone più bisognose. Ricorda che fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce!!
  • Grazie, Giovanni! Adesso capisco. Sai cosa ti dico? Sarei dovuto ripartire tra qualche giorno, ma penso che valga la pena trattenermi ancora un po’. Dopotutto qui sulla Terra mi trovo bene!

Il ladro attore

Ricordate il mio racconto che ho riportato su questo blog in agosto? Ebbene, è stato selezionato dalla Casa Editrice Apollo Edizioni per essere inserito in una antologia dal titolo “Un giallo per l’autunno”, in fase di pubblicazione. La raccolta, che comprende 102 racconti di altrettanti autori in due volumi, verrà posta in commercio in tutte le librerie entro qualche settimana.

Hanno portato via le campane!!!

Prima sussurrate, poi dette a voce più alta, le parole risuonarono tra i banchi della terza fila della Chiesa mentre i fedeli quella mattina di domenica attendevano l’inizio della prima Messa.

La gente, sbigottita, si guardava incredula: cosa voleva dire che avevano portato via le campane? 

“Si, è vero, stanotte ho sentito il fragore di un camion che passava qua vicino; ecco quello che era accaduto: le hanno rubate!”. 

“Ma com’è possibile”, si domandavano altri, “come hanno fatto a rubare le campane?” 

“Ah, ecco perché stamattina non le ho udite suonare” 

“Non c’è più religione!” aggiunse una vecchina seduta tra i banchi della fila opposta”

Ed un’altra dietro di lei aggiunse: “E’ colpa del demonio, dopo averci mandato il coronavirus ora ci vuole togliere anche la chiesa, i banchi, le campane e tutto il resto”.

Quante volte quelle campane avevano diffuso i rintocchi, erano state udite distrattamente, o non ascoltate per niente, o addirittura avevano generato fastidio in qualcuno.

Don Enrico, avvicinandosi all’altare per un’ultima verifica prima della Messa, alzò lo sguardo verso i banchi, richiamato dallo strano vociare. Vide che i fedeli, pur indossando la mascherina, si avvicinavano pericolosamente l’uno verso l’altro e con la mano sulla bocca, o meglio sulla mascherina anticovid, parlottava col vicino. Il parroco con lo sguardo cercava di interrogare i più vicini per capire il motivo di tanta agitazione, poi, per evitare assembramenti, disse: “Per favore, vi chiedo gentilmente di mantenere le distanze!”

A quel punto dal quarto banco una signora, quasi centenaria, si alzò e con voce stridula ma forte si rivolse al parroco e disse:” Ma è vero che stanotte hanno rubato le campane?”

Don Enrico allora capì il motivo di tanta apprensione e rispose sorridendo:

“Ma no, nessuno le ha rubate. Le campane non le avete sentite perché sono state smontate e portate via a riparare. Tempo qualche settimana e le riavremo. State tranquilli che le sentirete suonare più forte di prima”.

Così rassicurata, la gente tacque ed iniziò la funzione.

Morale: come spesso accade, non diamo importanza alle persone ed alle cose di ogni giorno sino a quando le abbiamo vicino, ma quando non ci sono più allora notiamo la loro assenza, e magari rimpiangiamo quello che abbiamo perso.

Il ladro attore. Racconto giallo estivo

Sembra un racconto di fantasia ed in parte lo è, ma si basa su un fatto realmente accaduto alcuni decenni fa in Liguria.

Un forte odore di gelsomino proveniva dalla lunga siepe abbarbicata sulla ringhiera della bella villa stile liberty costruita su una collina genovese. Nel tardo pomeriggio di quel giorno d’agosto il profumo intenso dei fiori si mescolava con l’odore salmastro del mare, anche se vi era una distanza di oltre mille metri, complice un vento robusto di ponente. La strada stretta sembrava un serpentello che si inerpicava, grigio scuro e nero, verso la cima, perdendosi nei tornanti, tra una serie di giardini chiusi da inferriate, cancelli, alte siepi, che circondavano ville bellissime.

Giancarlo, giovane medico specialista, viveva con moglie e due bambine in quella antica dimora ricevuta in eredità dai nonni paterni, commercianti di prodotti alimentari, nomi molto noti nella zona. Quel giorno, un sabato caldo e afoso, Giancarlo avrebbe dovuto essere con moglie e figlie in vacanza in Toscana, ospite dei suoceri, ma una improvvisa emergenza in ospedale l’aveva costretto a rimanere in città. I suoi colleghi erano assenti per ferie e solo il lunedì successivo sarebbe rientrato qualcuno dei medici a dargli il cambio.   

I familiari lo avevano salutato con affetto, raccomandandogli di fare presto a raggiungerli nella tenuta dei nonni, impazienti di stare finalmente un po’ assieme. Era uno di quei momenti attesi tutto l’anno; con la professione che svolgeva, raramente si poteva permettere due settimane di fila di vacanze. Nel pomeriggio decise di recarsi subito in ospedale per anticipare il turno con la speranza di rientrare a casa dopo le ventidue, per poi riprendere il lavoro il giorno dopo di buon mattino. Avrebbe approfittato dell’assenza dei congiunti per fare una bella dormita.

In un’altra zona della città, un rione popolare nei pressi del porto, Miki discuteva quello stesso pomeriggio con la compagna che lo incalzava per ricordargli la promessa che le aveva fatto di portarla quel sabato sera in discoteca a Portovenere. Miki, abile con le parole come con le chiavi ed il grimaldello, da qualche settimana aveva finito di scontare una pena di un anno per furto ed ora aveva voglia di respirare l’aria della libertà, mettendo in pratica un’idea, secondo lui geniale, che doveva permettergli di godere di un po’ di lusso gratis. Aveva un piano che, in carcere, aveva studiato nei minimi particolari. Non ci sarebbe stato nessun rischio e se si fosse verificato qualche imprevisto avrebbe avuto un piano suppletivo. Tutto perfetto, ma doveva agire subito, quella notte. Perciò abbracciò la sua compagna e con voce suadente le disse:

«Amò, stasera ho un grosso impegno, devo vedere gente importante che mi deve dare un lavoro molto serio. Non posso mancare»

«Ma di che si tratta?» chiese lei, e lui rispose:

«Non ti posso dire niente per ora. Posso solo dirti che è un lavoro intelligente e delicato, da fare con i guanti»

«Cioè, è un lavoro da cameriere?»

«Ma che dici! Vedrai che regalino ti farò non appena avrò concluso il contatto! Ce ne andremo in vacanza all’estero, magari a Cuba o alle Maldive, resterai sorpresa».

Quella notte le strade di Giancarlo e di Miki fatalmente si incontrarono.

Erano le tre di notte. Miki, che in carcere aveva avuto informazioni molto precise sul sistema di allarme della villa, riuscì a disattivare il dispositivo e poi con poche ed abili mosse aprì una porta laterale che dal giardino conduceva nella cucina. Conosceva a menadito la pianta della villa, andò dritto verso lo studio al primo piano dove, dietro il classico quadro a tema floreale, c’era una piccola cassaforte a muro. Anche qui Miki dovette lavorare un po’ per provare delle combinazioni numeriche ma senza successo. La villa era nel silenzio più assoluto. Gli unici rumori provenivano dal poco traffico sulla strada adiacente, vocio di ragazzi che tornavano a casa dopo le serate nei locali notturni. Miki ebbe l’idea di rovistare nei cassetti della scrivania. Trovò una vecchia rubrica telefonica e sull’ultima pagina vide annotati dei numeri strani. Provò a comporli sulla tastiera della cassaforte e quella si aprì. Dentro c’era qualche astuccio di gioielli, le collane della signora, alcuni orologi, regalini in oro dei bambini, degli anelli molto belli. Li arraffò mettendoli in fretta tutti nella tasca interna del giubottino che aveva addosso. Malauguratamente un astuccio cadde per terra provocando un rumore imprevisto. Giancarlo, che aveva superato la fase del sonno più profondo, si svegliò all’improvviso. Un’altra volta era successo che aveva subito un furto in casa mentre dormiva e d’allora si era ripromesso di usare le armi per difendersi se necessario. Così, allarmato e impaurito, allungò la mano verso il comodino, afferrò la pistola, si alzò con molta cautela e si avvicinò alla stanza accanto dov’era lo studio e da dove era venuto il rumore sospetto. Temeva la reazione dell’eventuale malvivente che avrebbe potuto essere armato ed essere il primo a sparare. Accese le luci, vide un uomo, un ladro, che con la mano sinistra impugnava qualcosa di nero. Istintivamente Giancarlo urlò, premette il grilletto e sparò due colpi diretti all’addome.

L’altro si afflosciò sul pavimento. Con un filo di voce Miki chiese perdono ed aiuto. Disse che aveva una famiglia di cinque persone da mantenere e che era costretto a rubare perchè non trovava lavoro, invalido com’era. Fece vedere la mano sinistra chiusa in un guanto nero a significare la mancanza dell’arto. Giancarlo l’aveva scambiata per un’arma. Passarono pochi minuti e Miki, dissanguato, spirò. Allora Giancarlo cadde in una disperazione profonda. Aveva ucciso un uomo disarmato, invalido e padre di famiglia. Non riuscì ad accettare quella situazione. Profondamente angosciato, incapace di riflettere, terrorizzato dall’idea di quello che sarebbe successo a causa dell’omicidio, prima restò paralizzato, incapace di agire, poi, distrutto, puntò la pistola alla tempia e si uccise.

Il mattino dopo venne scoperto l’omicidio suicidio. Venne anche scoperto che il ladro non era affatto invalido come voleva far credere per ottenere clemenza, ma semplicemente aveva la mano sinistra fasciata e coperta da un guanto stretto e nero. L’aveva visto fare in un film ed aveva copiato l’idea, ma non aveva fatto i conti con l’estrema sensibilità del dottor Giancarlo, doppiamente beffato, sfociata in una grande duplice tragedia. 

Francesco Grano

20 agosto 2020  ©  riproduzione vietata 

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Benvenuto Matteo

«Permesso?» Disse il nuovo arrivato spingendo lentamente e con fare annoiato la porta della guardiola del condominio Terra.

«Prego, accomodati» rispose il vice portiere aggiunto con modi sbrigativi, guardando infastidito l’orologio, e aggiunse:

«Tu chi sei?»

«Sono Matteo»

«Matteo, chi?»

«Matteo Grano, no?»

«E cosa desideri?»

«Mi hanno detto che devo passare da qui per entrare nel condominio»

«Ah, capisco. Allora devi compilare il modulo. Anzi, siccome non hai la penna e dobbiamo sbrigarci, ti aiuto io; hai visto che ore sono? Sono le 12 e28, è ora di pranzo!»

«Ma, veramente, non saprei. In effetti anche io avrei un po’ di fame. Però non sono riuscito a venire prima»

«Non sei riuscito o te la sei presa comoda? Ho controllato: lo sai che è dal 9 marzo che ti stiamo aspettando e invece ti presenti ora, 14 marzo del 2020, di sabato e per di più all’ora di pranzo?»

«E’ vero ho tardato! La colpa è di quel maledetto virus, il coronavirus, che ho sentito sta facendo tanti danni nel condominio, ed allora me ne sono stato tranquillo ad aspettare nella pancia di mamma, sino a quando qualcuno mi ha spinto fuori perché avevo le gambe troppo lunghe e non potevo rimanere lì»

Questo è il dialogo immaginario che si sarà svolto oggi alla nascita tanto sofferta e sospirata di Matteo, mio nipotino, tra lui ed il custode del pianeta Terra.

È un bambino bellissimo, nasino all’insù, tanti capelli castano scuro; mani e piedi lunghi. Ha un’espressione vispa ed intelligente. Visto che era già l’ora del pranzo, si è attaccato subito al seno della mamma per ciucciare un po’ di latte.

Tanti Auguri Matteo e tanti auguri ai tuoi genitori, nonni, zii, cugini, bisnonni, insomma a tutta la famiglia.

LAMBRO, IL FIUME DELLA VITA

fiume
Lambro

Il concorso letterario “Premio di poesia e narrativa Città di Arcore- V edizione 2019 – per la sezione Racconti inediti su tema di cultura brianzola, mi ha conferito il premio di secondo classificato per l’opera che qui pubblico.

L’inverno del 1932 fu particolarmente freddo in Italia e particolarmente nevoso in Lombardia. Mentre il Lambro scorreva tranquillo ed a volte si presentava ghiacciato nelle anse dove l’acqua ristagnava, in una nota cascina di Albiate, attuale provincia di Monza Brianza, nei pressi del fiume, nasceva Teodolinda, chiamata poi da tutti Linda. Il suo nome che vuol dire “benefica verso il popolo”, già indicava l’innata predisposizione ad offrire aiuto e disponibilità al prossimo.

Ultima di sei figli, nata nel periodo più freddo dell’anno, assaporò subito il gelo dell’esistenza, essendo venuta alla luce in una famiglia dignitosa ma con poche risorse economiche ed in un ambiente esposto ai rigori della stagione, solo marginalmente attenuati dai rudimentali sistemi di riscaldamento disponibili all’epoca: una stufa a legna per tutta la casa.

La vita di Linda, già dall’infanzia, fu costellata di rinunce, dolorose, a volte imposte dalle circostanze, a volte abbracciate per scelta, ma pur sempre cariche di sacrificio.

Sin da bambina la sorte le assegnò la mancanza dell’affetto e del sostegno paterno. Quando aveva sette anni il suo papà morì a seguito di una grave malattia polmonare, che lo aveva già costretto a farsi curare in sanatorio nei tre anni precedenti. Fu una perdita notevole per tutta la famiglia, che perdeva il suo sostegno principale, e fu una perdita sentita da Linda specialmente negli anni successivi, quando avrebbe voluto tanto chiedere consiglio o scambiare delle confidenze con il genitore che mancava e che nessuno poteva sostituire.

La madre, una santa donna con tanta pazienza, rimasta sola e senza mezzi, si dava da fare come poteva per mandare avanti la famiglia. Si privava di tutto. Per vivere faceva la lavandaia per una comunità di frati e per qualche signora della borghesia locale. I tre figli maschi, già grandicelli, quando ebbero 18 anni furono prelevati dallo Stato per svolgere il servizio militare. Il più piccolo, prima di partire soldato, faceva il muratore. Al mattino presto andava al lavoro ma non senza chiedere almeno sette panini per rifocillarsi durante la giornata e la madre cercava di accontentarlo, con sacrificio per tutti, e pur essendo già in tempo di guerra con le ristrettezze che si subivano per la carenza di beni alimentari.

Anche le figlie femmine erano chiamate a dare una mano in famiglia. Le due maggiori aiutavano la mamma nel lavoro di lavanderia. Scendevano al Lambro con la cesta dei panni da lavare, trovavano un’insenatura dove l’acqua era più calma e lì facevano il bucato, soffrendo il gelo dell’acqua che si faceva sentire alle mani ed alle gambe in tutte le stagioni. E poi toccava risalire la collina con il grave peso dei panni umidi, sino in cima a raggiungere l’aia della cascina.

Anche la piccola Linda si dava da fare per dare il contributo all’economia della famiglia. Era addetta all’estirpazione dell’erba nei vialetti dei giardini di una villa nei pressi della propria casa. Aveva la mano destra forte e sempre abbronzata, abile ad estirpare le piantine in eccesso senza altri mezzi che le sue piccole dita. Per ricompensa a fine lavoro riceveva un filone di pane con la marmellata, che lei prontamente portava a casa come un trofeo per dividerlo con la mamma e le sorelle. Una volta i signori, saputo che lei possedeva una bambola di pezza strappata, le regalarono una bella bambola di porcellana, e quello fu uno dei pochi regali ricevuti nell’adolescenza.

La sera quando lei e i suoi fratelli tornavano dal lavoro, si fermavano in una stalla vicino casa, per scaldarsi con il fiato degli animali, mentre raccontavano come era andata la giornata. Poi tornavano a casa a dormire e poiché faceva tanto freddo, si scaldavano, o meglio si illudevano di scaldarsi, coprendosi con le ante dei mobili. Il peso dei legni sulle spalle dava loro la sensazione di essere protetti e riparati dal gelo.

Intanto era scoppiata la guerra. I disagi crescevano per la mancanza di viveri, che venivano razionati con molta puntigliosità. La madre era costretta a fare dei baratti, ed ecco che, d’accordo con il podestà, rinunciava allo zucchero per avere una maggiore quantità di sale. I ragazzi crebbero così privati di un alimento dolcificante importante.

Dopo i bombardamenti su Milano, molta gente sfollata si riversava nelle campagne circostanti in cerca di generi di prima necessità. D’estate la gente si fermava in cascina a mangiare delle grosse angurie. Quando aveva finito ed abbandonava le bucce, i ragazzi si avventavano su quei resti per rosicchiare le ultime parti rosse rimaste ancora attaccate.  

I fratelli chiamati alle armi furono destinati uno in Russia ed uno in Germania. Un altro in Italia destinato a Novi ligure non sopportò la vita militare e disertò. Tornato di nascosto a casa, di giorno si nascondeva nel cimitero, dietro le tombe, di notte tornava furtivamente in cascina a dormire. Spesso le donne ricevevano la visita dei carabinieri che cercavano il ragazzo. Madre e figlie venivano minacciate anche di prigione se non avessero dato notizie del congiunto, ma loro non cedevano.

I disagi crescevano sempre più. La famiglia abitava in fitto nella cascina.

La madre, rimasta vedova e con la famiglia numerosa che doveva accudire, non riusciva a mettere da parte il denaro sufficiente per pagare il canone, cosicché un

anno, a maggio, quando il padrone della cascina si  presentò per riscuotere l’affitto, non ricevendo nulla, nonostante fossero passati tre anni dall’ultimo

pagamento, minacciò di sfrattarla subito. Quella notte tutta la famiglia per la vergogna, dormì fuori all’aperto sull’aia e tornò in casa nei giorni successivi

solo dopo aver preso accordi e tacitato temporaneamente il proprietario.

Quella donna era talmente rigorosa con sé stessa che non dimenticava di compiere gesti di pietà e di generosità che le davano pace interiore. A volte succedeva che a fine mese riceveva dai frati la ricompensa per il lavoro di lavanderia svolto. Ebbene, lei restituiva la busta col denaro offrendolo per la celebrazione di sante messe in suffragio delle anime dei defunti.

Un altro episodio che merita di essere ricordato e che rimase impresso nella mente dei ragazzi fu quello che vide la madre un giorno tanto disperata e angosciata per non avere niente da dare da mangiare ai propri figli, che la indusse ad urlare ed offrire sé stessa in pasto, perché non possedeva altro.  Fu una scena straziante, di quelle che lasciano il segno, fortemente significativa del clima di estrema sofferenza in cui la famiglia viveva.

Ma la provvidenza prima o poi si manifesta, anche se segue vie tortuose.  Finita la guerra, pian piano le condizioni economiche migliorarono. Linda, giovinetta, iniziò a lavorare come inserviente nell’ospedale di Desio, a circa dieci chilometri di distanza che percorreva in bicicletta. Non era un viaggio facile, specie nel periodo delle nebbie, ma in confronto ai disagi sofferti in precedenza quel sacrificio era nulla: finalmente poteva contare su uno stipendio, anche se di basso livello, e contribuire adeguatamente alle esigenze della famiglia.

Come il Lambro che scorre sempre, corposo e costante, sino a raggiungere la meta, anche la vita procede con alti e bassi ma sempre con l’obiettivo di raggiungere traguardi sereni, con una andatura che, si spera sempre, sia la meno travagliata possibile.