Non giudicare tuo fratello che cade: puoi cadere anche tu!

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È di pochi giorni fa la notizia delle dimissioni in Olanda del primo ministro Signor Rutte per una brutta vicenda di sussidi negati a gente povera e straniera.

Questo stesso personaggio, capo di uno degli Stati europei definiti “frugali”, aveva trattato con estrema durezza noi italiani l’estate scorsa, quando chiedevamo aiuto alla comunità europea per affrontare la gravissima situazione determinatasi a seguito del coronavirus.

Ci suggerì di essere resilienti e per il futuro di saper prevedere le situazioni di emergenza in modo da cavarcela da soli.

Poi gli aiuti arrivarono anche se in misura inferiore a quanto richiesto, ma ci rimase la delusione per la scarsa solidarietà offerta dai fratelli europei.

Oggi provo commiserazione verso questo capo di governo dimissionario perché, nonostante il rigore intellettuale che lo anima, non ha saputo prevedere lo scivolone in casa propria. Questo non mi fa piacere, ma mi conforta avere avuto la conferma che la perfezione non è degli uomini e che anche con le migliori intenzioni certe disavventure sono davvero imprevedibili.

Sarebbe meglio avere un po’ più di comprensione verso chi bussa alla nostra porta.

Resistere o reagire ?

All’inizio dell’anno ci siamo imbattuti nello tsunami del Covid, virus che ha scombussolato la nostra vita, limitato la libertà di azione e di movimento, costretti ad indossare una maschera per salvarci dalle goccioline di saliva del prossimo e per coprire la tristezza dei nostri volti. Poi la tregua estiva. Ed ora in autunno la ripresa della virulenza con più forza malefica di prima. Che fare? Avevamo sperato che la cosa si risolvesse in modo naturale; “ha da passà ‘a nuttata”, ripetevamo, come la celebre frase di Eduardo De Filippo in una delle sue commedie, abbiamo atteso il nuovo vaccino, che ancora non si vede nonostante le promesse di lancio imminente. Intanto, accanto ai bollettini di morte degli ammalati, si registra un continuo declino delle attività economiche con una moltitudine di esercizi commerciali ed artigianali che chiudono i battenti per sempre. Durante la riunione dei capi di governo europei dell’agosto scorso, alle richieste dei paesi più colpiti dalla pandemia, Italia in testa, fu risposto dai paesi “frugali” del nord che non era possibile concedere tanti aiuti e che occorreva agire con resilienza da parte dei più danneggiati. 

Pur non condividendo il loro pensiero, indice di scarsa solidarietà in una comunità, l’Europa unita, che dovrebbe muoversi in modo omogeneo verso il bene comune, devo ammettere che la via della resilienza è, nel caso specifico, più adeguata della resistenza passiva. Attoniti, abbiamo sperimentato l’attesa della fine del tunnel nei primi mesi dell’anno e non abbiamo ottenuto granché. Poi ci siamo illusi di aver superato la fase critica, ed oggi rieccoci alle prese con il ritorno della bestia, più cattiva di prima. Ma non ci va di stare ad aspettare passivamente che il male passi. In questa guerra impari per ora non abbiamo armi valide se non l’isolamento. Vuol dire che cambieremo modo di vivere. Bisogna reagire, non solo resistere. Vivere in modo diverso, ma vivere per quanto possibile, con accanto l’amica “Speranza” che non ci deve mai abbandonare.

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Morire di Covid in solitudine

Il rumore sommesso del traffico del mattino viene sovrastato dalla sirena bitonale di un’ambulanza. Si sente da lontano, si avvicina, pensi che vada oltre, invece si ferma a poca distanza da te, cessa di suonare.

Ti affacci alla finestra per curiosità, per sapere in quale punto della strada l’auto si è fermata e la vedi di fronte alla tua casa, con il lampeggiante ed il motore acceso. Tre persone, zaino in spalla, scendono veloci, si avvicinano al portone spingendo una barella e spariscono per 15 lunghi minuti. Tornano in strada accompagnando un ammalato, anziano, disteso sul lettino, coperto sino al viso, in parte nascosto dalla mascherina. Lo conosci, l’hai incontrato tante volte. Scendono in strada anche un’anziana signora, la moglie, e due figlie, tutte col viso protetto. Pochi minuti e poi l’ambulanza riparte. Le tre donne dall’esterno tentano di dare un saluto al loro marito e padre, forse l’ultimo saluto, forse l’ultimo bacio soffiato sulla punta delle dita, visto che l’uomo, già sofferente di problemi cardiocircolatori, è ammalato di Covid e non si salverà.

Il poveretto, dopo una vita spesa per la famiglia e la società, non avrà il conforto di avere vicino gli affetti nel momento del trapasso. Morirà da solo nel trambusto di un ospedale, tra il viavai di medici ed infermieri bravissimi ma troppo indaffarati per poter dedicare un po’ di tempo in più agli ammalati più gravi.  Un sacerdote, coraggioso, si avvicina per chiudergli gli occhi, recitare una preghiera e dargli una benedizione. Mentre là fuori i parenti, disperati, si struggono per non aver potuto consolare il congiunto sino alla fine. Non potranno più vederlo neanche da morto, sigillato subito per cautela nella bara.

Destino crudele o incapacità dell’uomo moderno di trovare soluzioni “umane” a traumi del genere?

Ho raccontato questo episodio, purtroppo vero e molto frequente, per far riflettere sul bisogno di affetto che l’uomo ha dal momento della nascita sino all’ultimo istante di vita, lungo tutto il percorso.

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Autunno 2020

ricci

Finalmente l’autunno è arrivato! E’ iniziato ieri 22 settembre al pomeriggio con qualche ora di anticipo sul solito. Non se ne poteva più della strana estate appena terminata, malinconica, piena di pensieri tristi, timorosi, con la mascherina sul volto e la paura del virus presente negli occhi. Vacanze particolari, in senso non proprio positivo, per chi le ha potuto godere, a causa dei tanti problemi che ci hanno assillato durante i mesi precedenti. Ed ora? Speriamo bene! Il virus persiste ma siamo più preparati a tenerlo lontano. Finita l’estate non ci resta che goderci qualche bella giornata settembrina ed ottobrina, da cui non ci aspetteremo chissà cosa ma solo una buona “normalità”.

La sofferenza causata dal blocco della libertà di muoversi, di lavorare, passeggiare, visitare i propri congiunti, gli amici, i propri malati, di compiere le usuali attività, ci induce ad auspicare che tutto torni “normale”, dando a questa parola un significato elevato, quasi di straordinarietà.

uva da mosto
viale d’autunno

Il profumo dell’uva da mosto aleggia già nell’aria, così come i colori brillanti dei ricci ben pieni di castagne, mentre, in anticipo sui tempi, i viali cominciano a colorarsi di giallo per le numerose foglie cadute. Fra poco l’aroma delle caldarroste darà piacere alle nostre narici ed all’olfatto, ed anche questo ci sembrerà straordinario. E’ l’occasione per apprezzare finalmente anche le cose semplici, senza rincorrere per forza obiettivi continuamente più lontani. Scopriamo che la normalità è un valore che ha il suo fascino!

RESILIENZA – parte seconda

foto propria

Ora che l’Europa ha deciso, con grande sofferenza e dopo riunioni fiume di diversi giorni, come intervenire per sostenere gli Stati colpiti dalla pandemia del coronavirus e tutti si dichiarano contenti dei compromessi raggiunti, in attesa di conoscere gli effetti pratici di queste manovre economiche, aspettiamo tutti di toccare con mano gli effetti concreti nella vita di ogni giorno.

La discussione ha però lasciato dei segni. Dobbiamo soffermarci per capire il messaggio di fondo che è arrivato alla gente. Abbiamo avuto la conferma che l’Europa non è una famiglia, non è un ente di beneficenza, né di mutua assistenza, è un’aggregazione di fratelli rivali, pronti a rinfacciarsi i cattivi comportamenti. È emerso che in Europa ci sono gli Stati “frugali”, cinque paesi del nord (Olanda, Svezia, Danimarca, Finlandia, Austria), e gli Stati spendaccioni, quelli mediterranei, come un insieme di formiche e di cicale.

 E quando accade un evento così imprevedibile e negativo come il covid come ci si deve comportare? Qualcuno ha detto che la prossima volta bisognerà prevedere le difficoltà e cavarsela da soli. È il pensiero dei popoli frugali, oppure ci sono altri popoli che la pensano allo stesso modo e non si esprimono apertamente? Comunque il loro è un pensiero rispettabile anche se personalmente non lo condivido, esprime un modo di ragionare e di vivere che non è il nostro, perché credo che una disgrazia dovrebbe essere affrontata solidalmente da tutti, senza distinzioni, invece l’egoismo ha prevalso, ed addirittura ci viene detto che la prossima volta dovremo cavarcela da soli. Questa è fratellanza? Non mi pare!

Tornando al sostantivo “resilienza”, che, ricordo, deriva dal latino resiliere, cioè rimbalzare, attività che ci è stata consigliata da uno degli Stati frugali (l’Olanda), mi sono domandato come possiamo mettere in pratica questo prezioso suggerimento.

Sono andato a spulciare nelle cronache dei decenni scorsi e mi sono imbattuto in un evento luttuoso del 1953. Quell’anno una grossa inondazione del Mare del Nord sommerse vasti territori dell’Olanda, Belgio, Inghilterra e Scozia, provocando oltre 2500 morti e la distruzione di economie già provate duramente dalla seconda guerra mondiale, terminata da poco.  Non esisteva la Comunità Europea e solo nel 1957 veniva firmato a Roma il trattato che istituiva la CEE, Comunità economica europea, da Francia, Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Italia. Dobbiamo dare atto che in tutti questi anni i paesi del nord hanno sviluppato politiche lungimiranti e favorito lo sfruttamento al massimo delle risorse naturali, investito nella ricerca e nell’istruzione. Si sono adoperati per rafforzare la loro economia, anche a scapito degli altri paesi inermi (vedi agevolazioni fiscali alle società estere).

E noi ora che faremo? Quale sarà il nostro rimbalzo? Saranno capaci i nostri politici di avere il coraggio di osare, di dare fiducia all’iniziativa imprenditoriale, di dare un colpo di spugna ai legacci burocratici, alle numerosissime tasse? Di favorire la ricerca, la scuola, l’agricoltura, il turismo, la pesca, ecc, per renderci più autonomi e più competitivi?

Qualcuno, per ripicca, ha suggerito di comprare d’ora in poi solo prodotti italiani, ma non è sempre la scelta giusta.

Certo, a parità di prezzo e di qualità, meglio scegliere merci italiane. Al supermercato ho cominciato a leggere bene le etichette per privilegiare prodotti nostrani e vi assicuro che sto facendo scoperte interessanti (per esempio: perché vendono l’aglio egiziano o extraeuropeo quando il nostro aglio italiano munito di Dop, denominazione di origine protetta, è uno dei migliori al mondo e poco presente sugli scaffali?) Noi possiamo fare la nostra piccola parte ma le iniziative principali devono venire da chi ci governa. Voglio essere fiducioso. Insieme ce la faremo.