Un giovane occitano cap 4

(foto fg)

Cap. 4 – Il tormento di Adalgisa

Adalgisa era turbata per la scoperta. Il suo stato d’animo non era dei migliori. In pochissimo tempo tante certezze riguardanti le sue origini, il casato, la comunità, erano state messe in discussione. Non era affatto contenta per il grosso problema che le si presentava così all’improvviso, che avvolgeva di incertezza la sua storia. Aveva lo stomaco chiuso e non riusciva a mandare giù proprio niente, nonostante il conforto dei familiari. Adalgisa provò a ricostruire la sequenza genealogica. Prese un foglio di carta, una penna, e provò a scarabocchiare dei cerchi nei quali scrisse il nome degli antenati. Nel primo scrisse Marianna e Vincent, barra Rosario. Poi più giù la figlia Lorena, sua nonna paterna. Al rigo successivo Sebastiano, suo padre. Sull’ultimo rigo scrisse il suo nome.

Allora, riepilogando, sino a qualche giorno prima aveva creduto di essere pronipote di Marianna e Vincent, entrambi walser, invece ora aveva scoperto di essere pronipote di Marianna, una walser, e Rosario, un occitano.

E lei, come si doveva considerare? Senza dubbio walser, però da quel momento prese a guardare gli occitani con maggiore simpatia. In fondo non le dispiaceva quel miscuglio di razze, anzi osservava che il suo carattere allegro, scanzonato, era più tipico delle popolazioni valligiane meridionali, per cui sentiva scorrere nelle sue vene un sangue leggermente diverso dal walser, avvertiva di possedere qualche qualità più presente nella gente occitana. Ma il fatto accaduto alla sua bisnonna non cambiava le cose: lei era e continuava a sentirsi una walser, come i genitori ed i nonni, e tale sarebbe rimasta per sempre!

Un giovane occitano , cap. 3

pigne e ghiande (fg)

Cap. 3 – L’incontro con Marianna

I lavori di costruzione erano veramente pesanti ma Rosario, con i suoi modi educati era riuscito a conquistare le simpatie dei superiori. Erano frequenti i contatti tra i militari e la popolazione civile per esigenze di approvvigionamento di beni alimentari, per cui giornalmente i militari si recavano in paese o nelle frazioni vicine per comprare del pane o formaggi e altro. 

Fu così che Rosario, spesso prescelto per ritirare beni alimentari, incontrò Marianna, figlia del casaro che forniva con regolarità formaggi agli alpini. La ragazza, diciottenne, era sposata da poco tempo con un compaesano della stessa sua comunità walser. Il marito, Vincent, di tre anni maggiore di lei, pascolava le caprette in estate sulle alture vicine, mentre nelle altre stagioni aiutava i suoceri e la moglie nella produzione e stagionatura dei formaggi. 

Rosario e Marianna si capirono subito, sin dal primo giorno in cui si conobbero. Lui le parlava occitano, lei rispondeva walser, ma si intendevano benissimo, anzi tra di loro era nato quasi un gioco, quello di trovare vocaboli arcaici, sconosciuti, da scoprire ed interpretare. Poi Rosario era ansioso di conoscere la storia delle minoranze etniche e linguistiche di quelle zone, per acquisire maggiori informazioni sul popolo degli occitani, per cui si dilungava spesso con Marianna ed altra gente del posto allo scopo di raccogliere confidenze, aneddoti, leggende su quelle popolazioni.

Venne la primavera del 1915. L’Italia entrò in guerra quel lontano 24 maggio ed il marito di Marianna, Vincent, a ventidue anni già considerato militare esperto, fu tra i primi fanti ad essere inviato al fronte a combattere gli austriaci. Rosario continuò ad essere impiegato nella costruzione della strada alpina, ritenuta strategica per raggiungere il confine svizzero. Il giovane occitano si trovò più spesso a frequentare la ragazza walser. A poco a poco emerse un sentimento reciproco di attrazione, tenuto sino ad allora sotto controllo, benché nato sin dal primo incontro. La solitudine li avvicinò, il bisogno vicendevole di conforto si fece sempre più intenso sino a quando accadde l’irreparabile. Marianna, rimase incinta, e ovviamente tenne ben segreta la notizia verso tutti meno che con Rosario. Il marito, tornato a casa sei mesi dopo la partenza per una breve licenza premio di tre giorni, non si accorse dello stato interessante della moglie, essendo ancora alle prime settimane di gravidanza.

Intanto la guerra, che nelle previsioni doveva concludersi in poco tempo, procedeva con sforzi enormi dell’esercito italiano. Fu necessario mandare al fronte più soldati del previsto, per cui anche Rosario venne trasferito sui monti del Carso. 

Fu allora che nacque la corrispondenza epistolare tra i due giovani amanti. Lui chiedeva con insistenza e apprensione notizie della maternità, esprimeva sentimenti di tenerezza verso quella creatura, che sarebbe nata in sua assenza, ma non sappiamo quali furono le risposte di Marianna. Un brutto giorno del 1916 la corrispondenza si interruppe.  Una potente granata austriaca frantumò i sogni del giovane Rosario, dilaniando il suo corpo sul campo di battaglia. Due anni dopo, alla fine della guerra, Vincent ebbe la fortuna di tornare a casa, con una ferita ad un braccio ma almeno vivo e vegeto, dove lo accolsero la moglie e la piccola Lorena di due anni, di cui aveva saputo la nascita ma che non conosceva ancora.

Marianna tenne nascosto a tutti il suo grande segreto, quella passione travolgente con quel ragazzone occitano che le parlava di poesia e letteratura, di storia e religione, che aveva abbracciato, amandolo, in un momento di solitudine, ma senza alcun rimpianto.

Lei conservò tutte le sue lettere come un cimelio sacro ed importante. Ma doveva nasconderle bene e, durante i lavori di costruzione per l’ampliamento della casa dove abitava, Marianna riuscì ad infilare la grossa busta in uno dei pilastri di pietre, dove rimase per tanti anni, più di un secolo, senza essere mai scoperta, sino al giorno in cui venne trovata dagli operai di Adalgisa.

(continua)

Un giovane occitano

Monte Rosa estate 2021

Trascrivo il primo capitolo di un mio nuovo racconto inedito, di genere storico/fantasy, ambientato sul Monte Rosa tra il 1913 ed il 2021. Prossimamente aggiungerò altri capitoli. Buone ferie!

Un giovane occitano

Cap. 1 – Adalgisa

“Ho deciso! Questi lavori li facciamo! Andrea, procedi con l’avvio delle pratiche al Comune, Regione e altri uffici, perché penso che questo sia il momento giusto per spendere un po’ di soldi e recuperare la mia casa in montagna”. 

Disse così Adalgisa all’architetto che le proponeva di effettuare dei lavori importanti di ristrutturazione di una caratteristica costruzione walser nel comune di Macugnaga, sul monte Rosa, ereditata dal padre.

Lei viveva a Milano, dirigente marketing di una importante società farmaceutica. 50 anni ben portati, sposata con un industriale, due figli maschi studenti di 22 e 18 anni.

I genitori sino a poco tempo prima avevano gestito un piccolo caseificio nella casa che era stata dei nonni e dei bisnonni, una tipica costruzione con tanto di blockbau all’esterno e due lavatoi in pietra. Una parte dei locali era adibita ad abitazione ed un’altra a laboratorio per la produzione dei formaggi. Il piano superiore era adibito a fienile e deposito di legna.

Adalgisa era nata lì, in quella casa; ci era molto affezionata e poi quella residenza rappresentava per lei la continuazione di una lunga tradizione che aveva radici antiche che affondavano nei secoli, custode di una cultura che andava preservata, così come facevano gli altri componenti, sempre in numero minore, della comunità walser.

I suoi figli erano nati e vivevano in Lombardia, quindi non sentivano il legame forte con le origini etniche e territoriali come le sentiva lei, ma ugualmente avvertiva di dover fare qualcosa per dare continuità alla sua storia. Adalgisa ripeteva spesso che l’uomo è simile ad una meteora che nasce in un angolo del cielo, attraversa velocemente il firmamento, emette luce più o meno vivida, suscita sentimenti di vario genere in coloro che la guardano, poi si sbriciola e muore all’angolo opposto del cielo. Nessuno si ricorderà a lungo di essa se non coloro che hanno avuto modo di legare un sentimento a quel passaggio: un’idea, un pensiero, un progetto, una poesia. Solo così la meteora continuerà in futuro ad emettere luce ideale.

Due mesi dopo, era già fine maggio e la natura era una tavolozza di colori vivaci sparsi attorno alla casa di Adalgisa, a Macugnaga. Distese di trifoglio ed erbe da fieno, bucate qua e là da fiori gialli di tarassaco, violette e muscari, narcisi e ginestra. L’aria ancora fredda, ma il cielo sempre più terso e luminoso invitava a sedersi lì in mezzo ai prati, senza far niente, ad ascoltare i campanacci delle mucche poco lontane o lo scroscio più distante di un piccolo ruscello. Una squadra di operai specializzati sistemava le grosse travi in legno della casa mentre altri si occupavano della sistemazione delle beole sui tetti e delle grondaie in pietra. Un operaio, mentre lavorava ad uno dei pilastri, notò che uno dei sassi incastonati si staccava. Provò a tirarlo via per cospargerlo di malta e rimetterlo al suo posto, quando quello cedette senza fatica. Si aprì un buco sufficiente per far passare un braccio. L’uomo, incuriosito, ispezionò l’interno di quella cavità con una piccola torcia elettrica, si accertò che non vi fossero rettili nascosti, poi vide un pacco di carta collocato là dentro, infilò la mano e tirò fuori una grossa busta gialla di carta grossa ed antica chiusa con un cordoncino di lana nero annodato che l’avvolgeva a croce. L’operaio portò subito la busta al geometra che dirigeva i lavori, spiegando l’accaduto.

Il giorno dopo Adalgisa, avvisata del ritrovamento ed incuriosita, prese un giorno di ferie, arrivò velocemente in montagna con il suo nuovo SUV fiammante e roboante. Quegli ultimi chilometri di strada dalla tangenziale a Macugnaga, immersi di solito in pacifici silenzi da bosco, sopportavano quei rombi di motore possente solo la domenica quando frotte di turisti chiassosi inquinavano la quiete dei monti.

Adalgisa salutò velocemente quelli che lavoravano in casa sua, ritirò la busta gialla ritrovata e si rifugiò in quella che era stata la sua cameretta di adolescente, sedendo sul letto di legno stagionato, ansiosa di scoprire il tesoro nascosto. Era un pacco di lettere, una ventina, nelle buste originali, tutte indirizzate alla sua bisnonna Marianna. Scritte tutte nel 1915 da un unico mittente, un tale Rosario. Ne lesse due. Erano lettere d’amore, scritte con tono gentile, educato ed elegante. Diede una scorsa veloce alle altre e capì che erano dello stesso tenore. Adalgisa ritenne inutile continuare. Lo avrebbe fatto a casa con calma. Intanto si pose una domanda: chi era Rosario?

Non trovò risposta nella sua memoria. Mise tutto nella borsa capiente di pelle rossa e andò al bar vicino ad offrire da bere agli operai ed al geometra che stavano lavorando alla ristrutturazione. Poi, dopo una sosta al caseificio vicino dove fece rifornimento di formaggi e miele, veri sapori di montagna, riprese il viaggio di ritorno a Milano.

(continua)