La spina nel fianco

rosa con spine (foto fgrano)

C’era una volta una cagnolina di nome Stella, una bastardina di taglia media, bianca, con una macchia marrone tra gli occhi e sulle zampe anteriori, che viveva in campagna, in una fattoria con tre famiglie e cinque bambini da uno a sei anni. Stella aveva un carattere dolcissimo, buona, amorevole, stava bene con tutti, ma aveva un problema. Ogni volta che si avvicinava ad essa una persona con il cappello in testa, sia che si trattasse di grandi o di piccoli, conosciuti o non, scappava via ed andava a nascondersi in una legnaia, fuori dalla visuale di tutti.

I proprietari della cagnolina che l’avevano presa in affidamento alcuni anni prima da un canile conoscevano la causa di quel comportamento anomalo. Sapevano che Stella aveva ricevuto maltrattamenti molto pesanti dal vecchio proprietario, che poi l’aveva abbandonata e che la colpiva con un grosso bastone ogni volta che la vedeva, le faceva soffrire la fame e la sete. Quell’uomo malvagio indossava sempre un berretto nero.

Quella paura era rimasta impressa nella memoria di Stella, tanto che ogni volta che vedeva un uomo o bambino col cappello, lei scappava terrorizzata.

Quel ricordo era la sua spina nel fianco, ma era anche il segnale che le consentiva di evitare altri brutti incontri.

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Quanti di noi sono immuni da un fastidio simile? Chi non ha la sua spina nel fianco? Dall’ età della consapevolezza in poi, penso nessuno.

Ma in fondo anche il dolore, il turbamento, il fastidio derivanti da una esperienza negativa vissuta in passato hanno la loro fecondità  perché  consentono di non dimenticare ed inducono a stare con i piedi per terra, a configurare con certezza i limiti personali evitando illusioni, inclinano ad accettare rinunce necessarie e a volte dolorose.

L’INVIDIA

Aquila in volo (foto di Stacy Vitallo su Pixabay)

Oggi voglio esprimere una riflessione sul valore negativo dell’invidia. È da un po’ di tempo che ci penso avendo avuto modo di raccogliere lo sfogo di persone rammaricate perché colpite da questo malanimo. Su internet ho trovato alcune definizioni, tra cui la più calzante è quella del vocabolario Treccani, che così si esprime:

“Invidia: Sentimento spiacevole che si prova per un bene o una qualità altrui che si vorrebbero per sé, accompagnato spesso da avversione e rancore per colui che invece possiede tale bene o qualità; anche, la disposizione generica a provare tale sentimento, dovuta per lo più a un senso di orgoglio per cui non si tollera che altri abbia doti pari o superiori, o riesca meglio nella sua attività o abbia maggior fortuna (nella dottrina cattolica, è uno dei sette vizî capitali, direttamente opposto alla virtù della carità)”.

Ecco: dispiace e sconforta sapere che ci siano persone così malvagie, amorfe, senza cuore, che, invidiose, superano anche la definizione suddetta e aggiungono il desiderio del male altrui. A questo spesso si aggiunge l’ingratitudine quando, in tanti casi, il malanimo è rivolto contro persone da cui gli invidiosi hanno ricevuto del bene, ben presto dimenticato. Cosa pensare? È gente strana, sofferente, che merita noncuranza o al limite compassione!

C’è un detto meridionale che tradotto dice: “se l’invidia fosse una lebbra vedresti in giro molti lebbrosi”.

Da cristiano posso suggerire ai soggetti colpiti da invidia di pregare per gli invidiosi. Sembra un controsenso, ma la parola di Cristo è spesso una pietra di contraddizione!

Soprattutto la vita ci insegna che occorre volare alto come aquile, non come polli, per guardare le cose con distacco, senza pericolo di essere turbati dal cattivo sentimento di esseri striscianti, senza timore di essere offesi da parole o azioni negative, che prima o poi sono destinate a ritorcersi su coloro che le hanno profferito e messe in pratica.

La quercia caduta di Giovanni Pascoli

foglia di quercia – foto propria

Oggi vi propongo la lettura di questa bella poesia di Giovanni Pascoli. Stiamo vivendo un periodo di tristezza e preoccupazione. La riflessione, in generale, ci dovrebbe aiutare ad affrontare meglio i problemi giornalieri:

La quercia caduta

“Dov’era l’ombra, or sè la quercia spande
morta, né più coi turbini tenzona.
La gente dice: “Or vedo: era pur grande!”

Pendono qua e là dalla corona
i nidietti della primavera.
Dice la gente: “Or vedo: era pur buona!”

Ognuno loda, ognuno taglia. A sera
ognuno col suo grave fascio va.
Nell’aria, un pianto… d’una capinera
che cerca il nido che non troverà.”

Giovanni Pascoli.